Pubblicato da: debe | 7 marzo 2010

Corso di Fotografia – Le componenti

In questa lezione vedremo le componenti di una macchina fotografica.

Cercate di imparare i nomi e la loro posizione all’interno della macchina stessa, così, quando ne riparleremo nelle prossime lezioni, saprete già a cosa ci staremo riferendo.

In basso avrete anche delle immagini che vi illustreranno meglio la posizione delle varie parti. Le immagini sono state prelevate dal manuale di Andrea Romano.

Ma iniziamo dal funzionamento:

Mirino: è la componente attraverso la quale si vede l’immagine così come si formerà sulla pellicola o come verrà catturata dal sensore, nel caso del digitale.

Specchio: serve a riflettere la luce, consentendo di guardare attraverso l’obiettivo.

Piano pellicola: è il piano sul quale appoggia la pellicola che sarà colpita dalla luce. In alternativa avremo il sensore, nella stessa identica posizione.

Pulsante di scatto: serve ovviamente a scattare la fotografia, ma non solo. Solitamente ha 3 posizioni: a riposo (non succede niente), parzialmente premuto (si accendono l’esposimetro e l’autofocus se presente) e premuto a fondo (scatto fotografico).

Sede per il rullino: è la zona dove si inserisce il rullino nuovo, prima che venga esposto alla luce. Questa componente non vi è nelle macchine digitali, dove invece compare lo spazio e i contatti per la memoria estraibile.

Rocchetto avvolgi pellicola: serve ad avvolgere la pellicola esposta, per poi essere riavvolta all’interno del rullino, prima che questo venga estratto per il successivo sviluppo. Ovviamente non vi è nella digitale.

Otturatore: protegge la pellicola (o il sensore) e la/o scopre durante il periodo dell’esposizione.

Vetro smerigliato: vi si forma sopra l’immagine che si vede nel mirino.

Bocchettone porta obiettivi: è dove si agganciano e si sganciano gli obiettivi, solitamente con una rotazione di 45°.

Illuminatore ausiliario per l’autofocus: illumina la scena quando è troppo buio, per permettere che l’autofocus funzioni correttamente.

Ghiera selezionatrice: permette di scegliere la modalità di esposizione.

Display a cristalli liquidi: display sul quale vengono riportate tutte le impostazioni e le informazioni.

Ghiera multifunzione: permette di impostare tempi, diaframmi  e altre opzioni della macchina.

Flash incorporato: serve per illuminare la scena nel momento dello scatto. Quello incorporato ha una potenza molto bassa, ma può comunque essere utile nelle emergenze.

Vano batteria: ospita le batterie.

Ovviamente non sono solo queste le componenti di una macchina fotografica, ma sono le principali, quelle che sarebbe giusto che voi conosciate, prima di inoltrarvi nell’impervio mondo della tecnica. A domenica prossima belli, vi aspetta la lezione sugli obiettivi, una delle cose più importanti della fotografia!

Qui sotto le immagini:

Pubblicato da: debe | 7 marzo 2010

L’Arte in Cucina: “Pennette funghi e salmone”

Articolo interamente a cura di Martina Sorce.

Siamo giunti ad un altro Giovedì! Questa sera vorrei proporvi un primo piatto che, a prima vista, potrebbe apparirvi insolito, ma che – vi assicuro – non vi deluderà nel gusto che il suo peculiare abbinamento di sapori vi regalerà: le pennette funghi e salmone!

Iniziamo! Annotate gli ingredienti, sono ideali per 5 persone:

500 gr di pasta corta
2 cipolle bianche
200 gr di salmone affumicato
300 gr ca di funghi champignon o porcini freschi o surgelati
125 gr di panna da cucina
prezzemolo
olio evo
vino bianco
sale
pepe

Il procedimento è davvero semplicissimo! Procuratevi una capiente padella, soffriggetevi la cipolla in un poco d’olio e, se volete esagerare, aggiungete pure una nocina di burro. Sminuzzate i funghi, aggiungeteli alla cipolla e tritatevi sopra abbondante prezzemolo. Nel frattempo tagliate in piccoli pezzettini il salmone e aggiungetelo agli altri ingredienti quando i funghi saranno prossimi a terminare la cottura. Bagnate con del vino bianco, fate cuocere a fuoco alto fino a che il vino non sarà evaporato. Infine aggiungete la panna, salate, impepate e fate mantecare per un paio di minuti. Quando sarà il momento di scolare la pasta, fatela saltare in padella con la salsa. Spolverate il tutto con prezzemolo fresco e godetevi questo perfetto connubio di mari e monti!
Bon appetit!

Martina

Pubblicato da: debe | 28 febbraio 2010

Corso di Fotografia – Analogico vs Digitale (parte 2)

Nell’ultima lezione abbiamo messo a confronto il mondo della fotografia analogica e quello digitale.

Oggi andremo ad affrontare, in maniera molto semplice, le pricipali differenze che ci sono, a livello tecnico, tra queste due tipologie di macchine. Capisco che qualcuno di voi sia impaziente e si chieda “ma quand’è che si inizia a fotografare?”, ma state tranquilli, ci arriveremo lentamente, un passo alla volta. Capire come funziona lo strumento che avremo in mano ci farà apprendere molto più facilmente la tecnica di scatto, oltre a renderci anche più consci di che tipo di fotografi vogliamo essere. Dunque andiamo a vedere.

Abbiamo già detto che il principio è lo stesso: entrambe le macchine (analogico e digitale) catturano la luce e sfruttano le proprietà di un materiale fotosensibile (cioè sensibile alla luce, appunto) per renderla poi visiva.

Il materiale fotosensibile della macchina fotografica analogica è una pellicola ricoperta da granuli di sali o nuvole di pigmenti, disposti casualmente su tutta la superficie. Esistono quindi pellicole per il bianco e nero e altre per il colore, inoltre ognuna di queste pellicole ha la propria sensibilità alla luce, che rimane sepre la stessa finché il rullino non verrà sostituito. Dato che la sostituzione di tale pellicola è consigliabile farla solo a rullino finito, nel caso vogliate fotografare sia a colori che in bianco e nero, dovrete munirvi di due macchine fotografiche.

Ad ogni modo dovrete, per forza di cose, “limitare” la vostra fotografia, programmando bene la vostre intenzioni prima di andare sul luogo dello scatto. Mi spiego: se volete andare a fotografare le bellezze di una grotta marina e non avete la possibilità di portarvi dietro un cavalletto, dovrete munirvi di una pellicola ad alta sensibilità, in quanto la luce all’interno della grotta sarà certamente minore rispetto all’esterno.

Una volta riempito il rullino di fotografie (che nel caso del colore sarà composto da strati sensibili a rosso, verde e blu), la riproduzione del colore avverrà tramite pigmenti di colore cyan (molto simile al celeste), magenta (molto simile al fucsia) e giallo. Infine, lo sviluppo dell’immagine sarà ottenuto tramite il corretto uso di agenti chimici in camera oscura. Su questo aspetto non mi soffermo, ma vi invito a leggere qui.

Come potrete capire, la qualità dell’immagine finale dipenderà molto dalla sensibilità della pellicola, dalla struttura della grana e dal sistema di sviluppo utilizzato.

Nella macchina fotografica digitale, invece, abbiamo il sensore.

Il sensore è posto esattamente dove nell’analogico è posta la pellicola, cioè sul piano focale dell’obiettivo. Per certi versi è anche più affidabile, in quanto è perfettamente piatto e rimane nella stessa identica posizione a ogni esposizione, cosa che una pellicola non sempre garantisce. E’ formato da una griglia (chiamata anche matrice) di singole celle fotosensibili. Ognuna di queste celle agisce come un esposimetro: genera un segnale corrispondente alla quantità di luce che la colpisce. Anche qui i colori (che in questo caso sono dei filtri messi uno sull’altro) sono rosso, verde e blu, per cui la reazione di ogni singola cella avviene soltanto per uno di questi colori primari.

Curiosità: i filtri sono 4 e non 3 come si potrebbe invece pensare, infatti di verdi ce ne sono 2, in quanto è dimostrato che l’occhio umano è particolarmente sensibile alla luce verde.

Per convertire in forma digitale le informazioni catturate dal sensore, i segnali diventano numeri e l’immagine diventa quindi gestibile dal computer. Tutti i valori ricevuti da ogni cella sono elaborati dalla fotocamera, in modo che ad ogni pixel venga assegnato un valore cromatico appropriato (più pixel abbiamo, più l’immagine sarà precisa). Questa elaborazione si chiama interpolazione ed è la cosa più importante. I progressi della fotografia digitale, infatti, sono dipesi soprattutto dal miglioramento di questo processo, piuttosto che da quello dei sensori stessi.

Avvenuta l’interpolazione dei dati ricevuti dalle singole celle, la fase di acquisizione dell’immagine è terminata. I valori di tutti i pixel ordinati insieme creano l’immagine, determinando anche formato e struttura del file. A questo punto manca soltanto la fase di registrazione su disco o su altri supporti scrivibili, che avviene collegando direttamente la fotocamera al pc, oppure utilizzando un card-reader in grado di leggere la memory card della macchina stessa, e la foto è pronta.

Abbiamo dunque visto i due metodi differenti che portano l’immagine dall’acquisizione alla registrazione finale e abbiamo ben intuito quanto il processo digitale sia molto più semplice, in quanto gestito interamente dalla macchina fotografica in tempi immediati. Non per questo però mi sento di obbligarvi a focalizzarvi sul digitale – siete liberi di utilizzare la tecnica che più preferite – ma di consigliarvene l’uso però sì, poiché avreste risultati rapidissimi e potrete lavorare sulla foto come meglio credete. Inoltre i costi sono nettamente più bassi: scattare 2000 fotografie non vi costerà praticamente niente (lascio da parte i costi di ammortamento), mentre farli con una analogica porterebbe via un bel patrimonio…

Per me il risultato della sfida è: Analogico 1 – Digitale 4.

Ci vediamo domenica prossima! Dai, che tra poco iniziamo anche a scattare!

Niccolò Ammaniti è uno scrittore che sa il fatto suo.

La sua scrittura dimostra grande maturità e capacità, ed è stato così fin da subito. Le storie che ci ha raccontato hanno avuto il potere di stregarci, di farci sorridere e di commuoverci; la sua capacità narrativa ci ha “letteralmente” stesi (scusate il gioco di parole). Come potremmo dimenticarci di Ti prendo e ti porto via? Come potremmo restare indifferenti dinanzi ad Io non ho paura?

Conscio del suo “potere universale”, in Che la festa cominci Ammaniti ha voluto proprio esagerare. Io credo che soltanto i migliori e i più coraggiosi possano permettersi tanto e lui certamente possiede entrambe queste doti.

A tre anni da Come Dio comanda, lo scrittore romano ha sfornato un altro grande libro, dove la qualità non è da cercare nella bellezza di una storia che convince, ma nell’ilarità dell’assurdo e nelle grandi doti letterarie di questo “Re” italiano, epico e vincente.

Ho letto qua e là, su altri siti o blog, recensioni molto negative riguardanti quest’ultimo romanzo di Ammaniti, ma ritengo che laddove sia stato fatto questo ostracismo, non ci sia stato, da parte del lettore, il giusto approccio al testo. Personalmente ho trovato in Che la festa cominci un libro che mi è piaciuto molto. Certo, Ti prendo e ti porto via e Io non ho paura sono su un altro livello, ma quest’ultimo romanzo del genio romano si fa leggere proprio “di gusto”. Mi ha fatto ridere, divertire, riflettere. E’ un romanzo che colpisce, che ti trascina dentro come se ti portasse ad una “festa”, ti fa giocare, ti rende protagonista.

Sono due le storie che vengono narrate parallelamente, quella di Saverio Moneta, capo di una ridicola setta di satanisti romani, e quella di Fabrizio Ciba, scrittore di grande successo. Il primo non ha niente, il secondo ha tutto. E dove potrebbero convergere queste due vite, se non a Villa Ada, nel cuore di Roma, divenuta la proprietà di un mafioso arricchito che ha deciso di mettere in piedi la festa più importante della storia?

“Che la festa cominci” direbbe quel “pazzo” di Ammaniti! E voi che fate, non entrate?

Pubblicato da: debe | 25 febbraio 2010

L’Arte in Cucina: “Bocconcini di Pollo”

Eccoci di nuovo qua!

Stasera vorrei proporvi una ricettina ottima per rendere la carne di pollo un pò più saporita, farlo in pochissimo tempo e con ingredienti che generalmente si trovano quotidianamente nelle case italiane.

Vi assicuro che è una pietanza in cui il rapporto semplicità-gusto supera notevolmente le aspettative!
Mano ai fornelli, si comincia!

Ingredienti per 4 persone:

1 cipolla bianca (di notevoli dimensioni se, come me, ne siete amanti!)
600 gr circa di fesa di pollo
4 sottilette (una più una meno!) oppure mozzarella, se preferite
origano
sale
pepe
olio q.b.

Prendete la vostra bella cipollona, affettatela in pezzettini piccoli e sottili e fatela soffriggere in un poco di olio extra-vergine di oliva; nel frattempo prendete le fette di pollo e tagliatele con le forbici in bocconcini (decidetene voi la grandezza!), tuffateli in padella non appena la cipolla sarà pronta, salateli, pepateli e fateli cuocere con il coperchio. Quando la cottura ottimale è vicina, togliete il coperchio, alzate la fiamma e fate prendere un pò di colore dorato alla carne, dopo di che adagiate su ogni bocconcino un pezzetto di sottiletta (slurp!) e concludete con un abbondante spruzzata di origano. Chiudete con il coperchio così che la sottiletta possa sciogliersi, impiegherà un minuto! Il vostro pollo saporito adesso è pronto, servitelo filante e… buon appetito!

Ci vediamo giovedì prossimo!

Martina

Pubblicato da: debe | 21 febbraio 2010

Corso di Fotografia: 2 – Analogico vs Digitale (parte 1)

Domenica scorsa, nella prima lezione, abbiamo visto le principali differenze che intercorrono tra una macchina fotografica compatta ed una reflex. Oggi invece metteremo a confrontro altri due mondi: quello Analogico e quello Digitale.

Innanzitutto diamo una definizione generica a questi due termini.

Analogico: è il termine che viene attribuito a quei dispositivi che trattano grandezze sotto forma analogica, cioè rappresentate da altre grandezze legate alle precedenti da una relazione di analogia.

Digitale: è il termine che viene invece attribuito a quei dispositivi che trattano informazioni rappresentate attraverso cifre di un sistema di numerazione, solitamente quello binario.

In fotografia questi due termini si rispecchiano nella fotocamera tradizionale, cioè quella a pellicola, e in quella digitale, che possiede un sensore e una memoria interna. Pur essendo due tipologie di apparecchiature ben differenti l’una dall’altra, non vi è alcun limite nei soggetti fotografabili. In pratica, tutto ciò che può essere catturato con una macchina fotografica analogica può essere catturato anche con una digitale.

Allora che differenza c’è?

Beh, in primo luogo c’è da dire che la rappresentazione analogica è quella con la quale abbiamo certamente più familiarità, in quanto è basata su una relazione ben percettibile tra il soggetto rappresentato e la rappresentazione stessa. Pensate ad esempio ad una mappa geografica: i rapporti tra i luoghi rappresentati viene rispettata, vi è quindi un’analogia con quello che è il soggetto (in questo caso il mondo, l’Europa o quello che vi pare…). La mappa è dunque una rappresentazione analogica.

La rappresentazione digitale, invece, usa dei simboli che non hanno una relazione immediata con il soggetto in sé. Pensate in questo caso ai codici di avviamento postale: numeri arbitrari che identificano dei luoghi; non vi è immediatezza, né tantomeno analogia. Nel caso del vero e proprio digitale poi, per rappresentare un’informazione – che può essere visiva come nel caso della fotografia, ma anche di tipo diverso – vengono utilizzate stringhe (cioè sequenze finite) di numeri. Nel sistema binario, che è quello attraverso il quale è sviluppato l’intero mondo dell’elettronica, questi numeri possono essere soltanto due: 0-1. Tutto ovviamente fa parte dal concetto di bit, ovvero dal singolo segnale di corrente, che può essere presente (1) o non esserlo (0).

Le macchine fotografiche tradizionali e quelle digitali funzionano con il medesimo principio: entrambe registrano la scena fotografata sfruttando la luce e attuando un mutamento del materiale fotosensibile in esse presenti. Questo mutamento viene poi intensificato da un mezzo in un caso chimico e nell’altro elettronico, allo scopo di rendere visibile l’immagine catturata.

Quindi?

Quindi, in una macchina fotografica tradizionale la luce viene raccolta da uno spezzone di pellicola (fotogramma) e tutti i processi di elaborazione e archiviazione avvengono all’esterno della macchina stessa, servendosi di un’apposita camera oscura e di particolari agenti chimici. In una macchina fotografica digitale, invece, la luce viene raccolta da un sensore elettronico e tutte le principali fasi di registrazione, acquisizione ed elaborazione, hanno luogo all’interno della macchina stessa. Le immagini digitali poi, possono essere anche rielaborate tramite software dall’utente meno esperto, il quale avrà bisogno semplicemente di un computer e dove, inoltre, un errore non comporterebbe la perdita dell’intera fotografia, come invece avverrebbe nel caso si sbagliassero le proporzioni o gli usi degli agenti chimici in camera oscura.

A livello pratico, dunque, la vittoria è tutta in mano alla fotografia digitale.

Va fatta però una precisazione. La fotografia tradizionale, dalla quale vengono tutti i più grandi fotografi, per il fatto di essere più “scomoda” rispetto a quella digitale, “costringe” il fotografo ad imparare, a scattare senza errori, a controllare più e più volte la giusta esposizione, la giusta profondità di campo, ecc. Questo “dovere” di non sbagliare ha un grande peso nell’apprendimento, anche a livello di concentrazione.

Il digitale, al contrario, mostra subito il risultato dello scatto e anche l’occhio meno esperto può riuscire a capire gli errori più banali (troppa luce, fotografia mossa, ecc.) e può scattare di nuovo, variando i parametri precedenti. Questo, certo, da una parte facilita l’apprendimento, proprio perché si può capire immediatamente il risultato delle nostre scelte e di conseguenza variarle, ma dall’altro “alleggerisce” il lavoro del fotografo. In questo caso, l’apprendista sa che può permettersi anche di sbagliare e quindi, magari anche inconsciamente, si concentra meno sull’assimilazione dei concetti. Non fate l’errore di pensare che questa sia una cavolata, è proprio così. Volete mettere chi si mette davanti ad un tramonto con un esposimetro, calcola la luce su fonti neutre, decide la profondità di campo considerando distanze, focali e diaframmi, con chi invece si mette lì e scatta trenta foto diverse e quando torna a casa il suo sforzo è soltanto quello di sceglie la migliore?

Bisogna anche ammettere poi, che la qualità della fotografia analogica non potrà mai essere raggiunta da quella digitale, in quanto quest’ultima avviene sempre tramite una trasformazione ed una elaborazione della realtà. Ovviamente stiamo parlando dei palati, anzi pupille, più fini; il digitale ha raggiunto qualità talmente elevate che la differenza rispetto all’analogico è ad oggi quasi impercettibile.

Per questa domenica mi fermo qui. Nella prossima lezione vedremo di capire meglio il funzionamento di questi due tipi macchine fotografiche. Vi aspetto!

Pubblicato da: debe | 20 febbraio 2010

Poesie di Sabbia

Tra le varie forme d’Arte, ne esiste una di una dolcezza che commuove, l’Arte della Sabbia.

A me piace chiamarle “Poesie di Sabbia” perché, per certi versi (scusate la finezza…), mi appaiono come vere e proprie Poesie, fatte di immagini che parlano, che raccontano, che emozionano e richiamano a loro volta altre immagini, così come fanno le parole dei poeti…

Per voi un primo assaggio di questa nobilissima Arte, interpretata dalla magnifica Artista ucraina Kseniya Simonova. Kseniya ha offerto al mondo un’interpretazione personale dell’invasione nazista che ha segnato il suo Paese. Il suo sentimento fa davvero scendere le lacrime.

Ne seguiranno altri di questi video, continuate a seguirci!

Pubblicato da: debe | 19 febbraio 2010

Il romanzo di Annalisa Dominijanni

Annalisa Dominijanni è una scrittrice emergente con una grande passione per la storia.

La sua scrittura è precisa, dettagliata, forte di un’ottima conoscenza. L’ho conosciuta attraverso i brani e le poesie – sì, nel tempo libero scrive anche poesie – che ha pubblicato sul forum Galassia Arte e mi sono sentito immediatamente attratto dalle sue capacità. I suoi testi si leggono molto bene, ad ogni riga cresce il desiderio di andare avanti e avanti e avanti ancora. Annalisa è una scrittrice in grado di catturare il lettore e tenerlo incollato davanti al libro; è una scrittrice in cui noto una vera e propria abilità narrativa, ma soprattutto un grande senso di crescita e miglioramento. Purtroppo in molti pensano di avere questo dono, ma la verità è che soltanto i più umili possono vantare di averlo davvero, e saranno proprio loro a non farlo mai…

Questo brano è tratto da un romanzo inedito e ancora in fase di prima stesura, di cui non voglio citare né titolo, né trama, proprio per rispettare al massimo l’autrice che lo ha scritto.

“Il tempio si stendeva davanti a me con i suoi latini ruderi di colonne smezzate che avevano le basi ancora dipinte di rosso pompeiano, un altare ed un lastricato di pietra grigia e un po’ polverosa.

Il lago riportò in me le eco delle parole di Avraham. Dio voleva davvero che per la morte di Suo figlio, morte che sarebbe sopravvenuta ugualmente anche se non fosse stato il popolo ebraico ad ucciderlo, un intero popolo venisse umiliato, eliminato? Questo non poteva essere lo stesso Dio che io adoravo, non poteva. Cos’era un’emulazione in nome di Dio? Se Dio era amore, fratellanza, allora perché si faceva di tutto per andare contro ogni precetto da Lui dettato?

Sospirando mi abbracciai da sola avanzando verso il piccolo altare di pietra. Lo toccai, come se la mia memoria avesse rivissuto immagini di un altro passato, in cui dei e dee pagani si accoppiavano e generavano altra vita portando sapienza e luce. Il Dio che volevano far risiedere nella Chiesa non portava sapienza né tantomeno luce. Gli stavano facendo spandere tutto intorno un alone nero come il fumo, colmo di paura e di foschi presentimenti. Camminando silenziosamente, toccando ciò che un’altra donna aveva toccato in un’epoca antecedente alla mia, mi persi ad ammirare il Lago di Nemi in tutta la sua maestosità e bellezza mentre scendevo delle scalette in pietra, oramai quasi ricoperte di erbe e fiori spontanei.

Nemus. Bosco. Era da questa parola latina che derivava il nome di Nemi. Mi sedetti sulle scalette e appoggiai i gomiti sulle ginocchia, prendendomi il mento tra le mani. Mi persi tra le acque azzurro – grigie del lago, tranquille e silenziose, protettrici dei segreti di un culto scomparso e obliato, ma ancora visibile nel presente.

Narrava una leggenda, che sotto quelle acque si nascondevano dei relitti di navi romane. Nel 1466 furono effettivamente ritrovati ma non furono mai recuperati. Mi chiesi come potesse essere nato un mito del genere, fondato dopotutto, ed essere giunto fino a noi.

Immaginai una giovane sposa che aveva perso l’amato marito, valoroso e coraggioso guerriero, nelle acque del lago. Il soldato era di ritorno da un lungo viaggio, e per raggiungere l’adorata moglie dall’altra sponda del lago, aveva dovuto attraversare lo specchio d’acqua con una nave, sospirando ad ogni vogata, impaziente di riabbracciarla, ansioso di toccarla ancora, di respirare ancora e ancora il dolce profumo dei suoi capelli, sentire la delicatezza della sua pelle liscia come marmo rosa, fresca come brezza primaverile, ansioso di morire ancora dieci, cento, mille volte tra i seni di lei, di respirare lo stesso suo respiro. Ma poi il lago, traditore e fallace complice, inghiottì la nave, infossando nelle sue acque il segreto che gli aveva confessato la notte prima della catastrofe, gridando l’amore per sua moglie, sposa e amica.

Un chiaro nitrito di paura mi riscosse dai miei assurdi pensieri, facendomi sobbalzare. Alzandomi dalle scale, il cuore mi schizzò in gola. Corsi via dal tempio per ritornare a casa.

Belisama era nervosa, irrequieta, irascibile. Scuoteva il capo come per mandare al diavolo uno spirito od una ninfa che la stava tormentando o forse, molto probabilmente, erano i moscerini e gli insetti che la innervosivano. Cominciò a scalciare alterata, sbuffando e nitrendo. Era come se avvertisse la presenza di qualcuno nei paraggi e mi venne il presentimento che vi fosse davvero qualcuno e non armato di buone intenzioni, ma di spada e di propositi che non si confacevano molto probabilmente a miei. Non era raro che per quei boschi gironzolassero banditi e briganti vari. Anzi, recentemente avevano anche emanato misure cautelative per indurli a scacciarli da quei boschi. Ma ero ancora nei miei territori. Chi poteva osare tanto? Prendendo in considerazione questa possibilità non troppo piacevole, mi sbrigai a sciogliere le briglie dal ramo e a montare in groppa a Belisama.

Ero sola, senza armi – non che di solito uscissi con stiletti, pugnali o spade e pistole – se non le mie mani – che non erano da sottovalutare – accompagnata da una giumenta che non era di grande aiuto. Tutt’al più poteva calpestare il mio aggressore, calpestando anche me. Ammesso che avrebbe fatto in tempo a calpestarlo: da bravo bandito, il mio aggressore avrebbe fatto il suo dovere, spassandosela alla grande con me, spedendomi poi a miglior vita con Belisama. A meno che non avesse avuto un po’ di cuore e, mosso a pietà dalla mia giovane età, mi avrebbe risparmiata. Sì, risparmiata un corno!

Un rumore di ramo spezzato uscì all’improvviso dal folto del bosco e spronando Belisama al galoppo, mi persi in una corsa folle per il piccolo sentiero lastricato da dove ero risalita prima. I muscoli della mia giumenta si tendevano e si rilassavano nella sua folle corsa, il tintinnio delle briglie, il forte scalpiccio ed il rumore del vento nelle orecchie faceva da cornice alla galoppata. Cercando di starmene più ritta che potevo in sella, mi girai un attimo, per assicurarmi che non ci fosse nessuno. Sospirando di sollievo, non vedendo nessuno dietro a me, mi rigirai. Ero arrivata ad un crocevia ad una folle corsa quando un’altra cavalcatura, veloce e nera, mi tagliò la strada; un cavaliere da una lunga palandrana nera vi era a comando. Belisama, impauritasi, si impennò e mi disarcionò senza tanti complimenti; mi ritrovai rovinosamente catapultata a terra, la testa dolorante e la vista per metà oscurata. Feci appena in tempo a vedere che il cavaliere che mi aveva tagliato la strada stava tornando indietro, e poi non vidi né udii più niente. Caddi nel buio, sprofondando nell’incoscienza.

Sentii una voce su di me, ed ero più o meno consapevole di trovarmi ancora nel bosco. Il tappeto di foglie mi solleticava le braccia e sentivo una pietra aguzza perforarmi la schiena. Avvertivo un bruciore intenso al braccio sinistro.

« Madonna, mi sentite? » una voce, profonda e calda, mi parlò. Le mani del proprietario della voce mi scossero il volto delicatamente ma con una certa forza per farmi rinvenire.

Sentivo Belisama nitrire lì vicino e un altro cavallo sbuffare e scalciare, il rumore in sottofondo del bosco, il suo laborioso trafficare di acqua e sali minerali che salivano dalla profondità della terra per sfamare gli alberi.

« Siete cosciente? » la voce mi scosse ancora un poco, e sentii note di preoccupazione nelle parole.

Che idiota, pensai, se ero cosciente ti avevo già risposto. Aprii lentamente gli occhi, sentendomeli pesanti; il dolore alla testa mi stava facendo impazzire. Sbattei un poco le palpebre per fermare il girotondo che stava intorno a me, e per tentare di mettere a fuoco l’immagine che avevo davanti. Mi ritrovai a fissare le più belle iridi che avessi mai visto. Erano di un blu scuro ed irripetibile, cupo e sincero, vispe e penetranti.

Stavo lentamente riaffiorando dal mondo dell’incoscienza, quando fissai attentamente lo sguardo in quello dell’uomo che mi scosse ancora una volta il volto. Le sue mani erano incredibilmente calde e grandi, virili, ricoperte da una leggera peluria nera.

« Come state? » mi chiese allora.

Il cavaliere era inginocchiato e incombeva pericolosamente su di me, sorreggendomi la testa con le sue mani. Aprii e chiusi gli occhi per la strana sensazione di smarrimento che mi aveva colto.

« Mi avete quasi ammazzato. » riuscii a dire faticosamente, tirandomi su a sedere. Mugolai e il cavaliere mi aiutò ad appoggiarmi alla corteccia dell’albero dietro di me.

« Io? E voi che ve ne andate a scorrazzare per i boschi, senza prestare attenzione ai quadrivi? » mi rispose l’uomo del bosco, scocciato. « Non dovreste essere a casa a filare la lana o a pregare nella vostra cappella da brava e pia bambina? » chiese ancora in tono accusatorio.

« Io non filo la lana e tantomeno prego nella mia cappella. » dissi tirandomi con uno strattone l’orlo del vestito maleducatamente pestato dall’uomo.

« Siete una miscredente per caso? » chiese allora, sogghignando odiosamente.

« Non sono affaracci vostri. Cosa sono, cosa faccio e perché scorrazzo per i boschi lo so io, e questo basta e avanza. » dissi poco garbatamente. Mi alzai in piedi, la testa che mi girava come una trottola impazzita. Si alzò anche l’uomo del bosco e mi ritrassi di qualche passo, intimorita. Era imponente. Rise di gusto, le mani sui fianchi, mettendo in mostra una dentatura squadrata e bianchissima.

« Che caratterino! E ditemi, mordete oltre ad abbaiare? » un ghigno ironico gli si dipinse sul volto ed io desiderai con tutte le forze appioppargli un calcio in una specifica parte della sua anatomia, giusto per il gusto di vedere se avesse continuato a fare il simpaticone.

« Volete una dimostrazione pratica? » risposi acida come la panna andata a male.

« Ma che bambina sfacciata! Non ve le hanno insegnate le buone maniere? » disse l’uomo del bosco, corrugando la fronte mentre si avvicinava sorridendo.

« Mi hanno insegnato a difendermi! » gli pestai un piede con tutta la forza che avevo e l’uomo soffocò un grido, sobbalzando. « Levatevi dalle palle! » urlai inferocita, mentre avanzava verso di me. Trasalì alla mia imprecazione e mi guardò un po’ turbato, fermandosi nel punto in cui era giunto. I suoi occhi blu erano leggermente sgranati, come se non avesse capito quello che avevo detto.

« Non sono parole che dovrebbero uscire da una boccuccia di rose come la vostra, non vi pare? » disse con un piglio di disapprovazione, incrociando le braccia sul petto.

« Come non è convenevole che voi ve ne stiate di fronte ad una signora a volto coperto.» dissi inviperita, sperando che abbassasse il cappuccio. Una curiosità morbosa si era impadronita di me, mentre mi toglievo dalla gonna, oramai sporca, aghi di pino e terriccio.

« Avete perfettamente ragione, signora. » disse inchinandosi con un sorriso beffardo. « Accontenterò subito la vostra pretesa che è giusta, in fin dei conti. » si lasciò cadere il cappuccio sulle spalle.

Il mio cuore mancò di un colpo, come se fossi stata una pecorella smarrita che era maledettamente attratta dalla tana del lupo. L’uomo del bosco era tremendamente attraente, la mascella mascolina e forte, un’adorabile fossetta che sembrava tagliargli il mento in due, il naso greco e le labbra sensuali e morbide, i capelli lunghi fino alle spalle. Sorrideva sornione, le mani sui fianchi. Indietreggiai, squadrandolo bene. All’improvviso il rumore della natura si acquietò e mi sentii spiata. L’uomo del bosco cambiò espressione e, socchiudendo gli occhi, estrasse una lunga spada da un fodero attaccato alla cintola. Camminando silenziosamente si avvicinò a me, mettendosi un dito sulle labbra, chiedendomi di far silenzio. Mi porse la grande mano che io accettai senza riluttanza, guidata da qualche strana fiducia che provavo nei suoi confronti.

« C’è qualcuno che ci sta osservando. » sussurrò quasi impercettibilmente, stringendomi la mano nella sua.

Presi a tremare e l’uomo del bosco mi strinse ancor di più la mano per farmi tranquillizzare. È strano, pensai, come sono spaventata da un’eventuale bandito e non da lui. Sentivo nitidamente la presenza di qualcuno nelle vicinanze, qualcuno che ci stava ascoltando, osservando, minacciando silenziosamente. Improvvisamente una scarica di pallottole fendette l’aria conficcandosi vicino a me; urlai stringendomi all’uomo del bosco, respirando il suo aroma muschiato. Il lino della sua camicia mi strusciava sulla guancia mentre mi proteggeva nascondendomi dietro le sue spalle grandi e muscolose. Mi chiesi cosa spingesse uno sconosciuto a proteggermi con il suo corpo, mettendo a repentaglio la sua vita per la mia.

Sparò due, tre volte davanti a sé, facendo frusciare dei piccoli arbusti. Aggrappata alla sua camicia, sentendo la sua pelle rovente e sulla mia guancia, mi sporsi in avanti per vedere cosa ci fosse. Appena uscii fuori dal mio nascondiglio un’altra pallottola scoppiò nell’aria. Urlando mi rifugiai di nuovo dietro le spalle dell’uomo del bosco, ignorando la sua identità. Con un urla d’attacco uscirono fuori dai cespugli quattro uomini vestiti di stracci – due biondi e due castani, di notevole altezza ma non come l’uomo che mi proteggeva – che brandivano delle lunghe spade, urlando mentre si avventavano sull’uomo del bosco che lestamente si buttò in mezzo al campo di battaglia, brandendo la spada con maestria e destrezza, roteandola mentre fendeva l’aria, gridandomi di restare lì dov’ero. Nonostante non lo conoscessi, tremavo per la sua incolumità. Anche se ben piantato quattro uomini erano maledettamente tanti da combattere.

Con un movimento rapido oppose la sua lama a quella dell’uomo che aveva davanti, producendo un rumore metallico, acuto e tintinnante. Stoccando, parando, arretrando e poi affondando colpi con padronanza affrontava il suo rivale che presto fu affiancato anche dagli altri tre. Parando un colpo di uno e poi dell’altro avversario, l’uomo del bosco non dava segni di stanchezza. Roteando la spada con uno sciabordio che tagliò l’aria, tranciò di netto una mano ad un bandito ed uno schizzo di sangue zampillò per l’aria. Urlai accasciandomi sulla corteccia dell’albero, desiderando chiudere gli occhi, ma il terrore e l’orrore mi imponevano di guardare la scena, minuto per minuto. Menando colpi di spada a più riprese, inchiodò un altro bandito alla corteccia di un albero. Questi lo disarmò pressando il suo ferro quello dell’uomo del bosco, che doveva vedersela a mani nude con tre banditi muniti di spade. Avventandosi su di lui, un bandito affondò in avanti ma l’uomo del bosco lo schivò spostandosi lestamente di lato e estratto un pugnale da uno stivale lo colpì alla schiena. Il bandito si accasciò urlando disumanamente mentre moriva. Mi rannicchiai a terra, urlando mentre un uomo di quelli si avvicinava a me. Potevo nitidamente vedere i suoi calzoni riempiti dalla sua insana eccitazione, mentre l’uomo del bosco, recuperando la spada a terra combatteva con l’ultimo dei banditi.

Il criminale mi si catapultò addosso, calandosi le brache. Prontamente gli sferrai un calcio lì dove gli avrebbe fatto più male, mancando il colpo. Allora presi a graffiargli la faccia, urlando come una gatta impazzita. Il bandito mi prese per le braccia e tentò di darmi un ceffone ma non fece in tempo: l’uomo del bosco gli tirò la testa indietro e gli tagliò la gola. Urlai guardando il sangue che zampillava insieme a gorgoglii che uscivano dalla gola e dalla bocca del bandito.

Mi alzai onde evitare che il sangue mi inzaccherasse e respirai velocemente, appiattendomi alla corteccia dell’albero osservando la scena di morte intorno a me. L’uomo del bosco, lasciò cadere la spada a terra con un rumore metallico, le mani inzaccherate di sangue, l’odore ferroso che mi stava per far svenire. Si pulì le mani sulla camicia prima di toccarmi. Si avvicinò quasi avesse paura di farmi del male.

« Come state? » disse, mettendomi le mani sulle spalle, delicatamente, poi le fece salire sul mio volto, alzandomelo di modo che potessi guardarlo negli occhi. Mi guardò preoccupato.

Perdeva del sangue da un braccio. Scorreva lento e scuro e stava macchiando tutta la manica destra.

« Siete ferito. » mormorai, indicando il suo braccio.

« Non preoccupatevene, è un graffio. Voi state bene? » mi chiese, scrutandomi come per assicurarsi che non fossi ferita.

Annuii e l’uomo del bosco prendendomi per mano mi fece aggirare il cadavere, mettendomi un braccio intorno alle spalle.

Urlai quando incontrai con lo sguardo gli altri cadaveri, il sangue che continuava a scorrere nero e lento dai loro corpi martoriati.

« Non guardate. » disse l’uomo del bosco, stringendomi a sé.

Alzai lo sguardo su di lui, stringendomi forte al suo corpo, grande e bollente come se del fuoco ardesse nelle sue vene. Lo guardai negli occhi, grandi e blu come zaffiri di una corona reale. Persi i sensi, sentendo le sue braccia, possenti e giovani, sollevarmi.

« Portatemi dell’aceto, per piacere. »

Sentii una voce parlare sopra di me, una mano grande e robusta che stringeva la mia. L’odore acre dell’aceto mi fece mugolare ed aprii gli occhi, storcendo un poco il naso. Su di me incombeva il volto giovane e attraente dell’uomo del bosco. I suoi capelli lunghi mi solleticavano le braccia, la sua camicia era ancora sporca di sangue. Mi guardava preoccupato, carezzandomi il dorso della mano con il pollice calloso e grande. Mi trovavo in una casa di pietra, stesa su un pagliericcio umido. Dietro di me sentivo scoppiettare un camino, dei rumori metallici provenienti dallo stesso camino. Non capendo dove diavolo mi trovassi, guardai di nuovo l’uomo del bosco che mi sorrise, facendomi una carezza al volto. Non avevo paura di lui.

« Come vi sentite? » mormorò ravvivandomi i capelli dietro le orecchie.

Ricordandomi di quello che aveva fatto nel bosco, di come si era battuto per proteggermi, mi alzai in preda al panico. Vacillai un poco, vedendo tanti puntini neri che mi danzavano dinanzi agli occhi come un sabba di moscerini. L’uomo del bosco mi prese saldamente per le braccia con le sue forti mani e mi fece sedere di nuovo.

« Statevene un po’ seduta qui. » disse mettendomi una mano sul braccio.  « Potete portarmi un po’ d’acqua, donna Cesira? » disse ancora alzandosi.

Mi persi ad osservare il suo corpo ben fatto, la forma dei muscoli della schiena, messa in risalto dalla camicia che gli si appiccicava addosso per il sudore. Continuava a perdere sangue del braccio.

« Grazie. » disse prendendo dalle mani di una vecchia signora, canuta e tracagnotta, un bicchiere d’acqua.

Con mani tremanti presi il bicchiere che mi porgeva. Bevvi a lenti sorsi, cercando di calmarmi. Gettai lo sguardo all’interno del bicchiere. Il pavimento assunse un aspetto di immagine acquatica, tremolante e sbiadita. Il cuore mi batteva all’impazzata; mi chiesi chi potesse essere quell’uomo che aveva rischiato la sua vita per salvarmi da quattro briganti. Mi guardai intorno, bevendo l’ultimo sorso d’acqua. Davanti a me vi era un grande, spartano tavolo, delle sedie impagliate e una piccola credenza mezza sgangherata. Il sole illuminava delle ciliegie sul tavolo, un canovaccio accanto ad esse, un tozzo di pane e del formaggio bianco e dall’apparenza invitante. In una nicchia su un lato della stanza, vi era una piccola scaletta che portava ad un piano superiore.

Alzai gradualmente lo sguardo sul mio salvatore e lo riabbassai immediatamente appena i nostri sguardi si incontrarono.

« Sono così inguardabile? » chiese ironico, sollevando un sopracciglio mentre sorrideva.

« No… sì. » mi sentii avvampare e diventai rossa, chiedendomi se questa fosse casa sua.

Mi alzai a fatica. L’uomo del bosco mi si avvicinò ed io arretrai spaventata.

« Non c’è bisogno che arretriate, non voglio farvi del male. » disse prendendomi una mano, che io ritrassi immediatamente. Cos’era tutta quella confidenza? Ci conoscevamo per caso?

« E ci mancherebbe altro! Prima mi tagliate la strada, mi fate capitombolare a terra e ci mancherebbe anche che vogliate farmi del male! » risposi acida.

« Se voi fosse stata accorta, mi avreste visto e arrestato la vostra corsa. Una bambina per bene dovrebbe essere a casa a quest’ora. » disse, i suoi vispi occhi blu fissi su di me.

Dovetti distogliere lo sguardo: mi sentivo stranamente imbarazzata ad essere fissata dall’uomo del bosco.

« Non spetta a voi dire dove dovrei essere e cosa dovrei fare! » dissi cercando di aggirare la sua massiccia figura, ma quell’uomo non mi lasciava passare. « Vi levate di torno, per piacere? » chiesi senza guardarlo negli occhi.

« Siete sposata? » chiese di punto in bianco, facendomi alzare lo sguardo su di lui. I suoi occhi erano sempre più acuti come urli nella notte.

« No che non sono sposata. » dissi turbata, chiedendomi cosa diavolo ci stessi facendo ancora lì.

« E lo credo bene. Solo un santo potrebbe sopportarvi. » disse ridendo.

« Che impertinente del cazzo! » sbottai allibita da tanta sfacciataggine.

« Accidenti che linguaggio. Dovreste imparare un po’ di buone maniere. » ribadì l’uomo del bosco ridendo a crepapelle, mentre una giovane donna si affacciava dal piano superiore. Era bassa, con i capelli neri, vestita da un leggero abito di cotone.

Appena la vidi, sgattaiolò giù.

« Chi è? » chiese indicandomi.

« Vattene di sopra. » l’uomo del bosco, rigirò la giovane e le diede una leggera spinta ridacchiando e la ragazza sbuffando risalì al piano superiore.

« Anche voi dovreste imparare le buone maniere, signore. » dissi cogliendo l’occasione per andarmene. Sentendo le gambe cedermi, mi aggrappai al suo braccio e l’uomo del bosco, prontamente, mi sostenne, mettendomi un braccio intorno alla vita. Mi fece sedere di nuovo sulla piccola brandina.

« Ma come, io accorro in vostro aiuto, vi salvo la vita da quattro fuorilegge e mi ripagate così? E credetemi, avevo qualcosa di molto meglio da fare, invece di soccorrere una bambina fuggiasca. » disse canzonatorio, alzando un sopracciglio.

« Certo,vi avrò strappato da qualche saccheggio o furto. » risposi acida.

« Siete ingiusta ora, madonna. Non spreco il mio tempo a saccheggiare e rapinare la gente. » l’uomo sorrise e mai sorriso mi sembrò più disarmante e affascinante.

« Strano… perché vedete, avete davvero l’aspetto di un bandito. » risposi maligna.

« È un complimento, dato che esce dalla bocca di una piccola, viziata, capricciosa ragazzina come voi. » e che cavolo! Aveva sempre la risposta pronta questo qui?

« Ma siete davvero un insolente! Ritirare quello che avete detto. Ora. » dissi alzandomi, raddrizzandomi in tutto il mio metro e sessantacinque… non che ci fosse molta differenza ora. Gli arrivavo appena a metà braccio e non mi sentii mai così piccola ed indifesa. Incrociai le braccia sul petto e non mi scollai da lì. Il suo sguardo si incollò sulle mie braccia ma, poi, capii che non era interessato tanto alle mie braccia, bensì al mio seno che veniva esaltato dalla scollatura quadrata nera, abbastanza ampia da attirare l’attenzione di chiunque.

« E smettetela di guardare dove non dovete! » vociai senza potermi coprire, non avevo nemmeno un mantello con me.

« Gli occhi sono fatti apposta, madonna, per guardare ciò che di bello c’è al mondo. » disse inchinandosi, lasciandomi passare. Il suo sguardo si distolse dal mio seno, ma i suoi occhi mi percorsero da capo a piedi, intriganti ed insolenti. Sorrideva sfacciato mentre annuiva.

« Ve ne andate già? » chiese beffardo.

« Era quello che stavo cercando di fare, signore. E se non mi avreste trattenuta, me ne sarei già andata da un pezzo! » dissi, scendendo le scale che portavano all’uscita.

« Guardate che non vi ho trattenuta in alcun modo. » disse mentre uscivo. « E comunque non sarebbe meglio che vi accompagnassi? Non vorrete imbattervi in un altro bandito. » disse poi seguendomi.

« Andate al diavolo! » gli urlai voltandomi.

Ridendo l’uomo del bosco si abbassò su di me e, repentinamente, mi circondò la vita con un braccio, rubandomi un bacio. Le sue labbra erano così morbide… dischiusi le labbra in un sospiro tremulo e lui mi ficcò la lingua nella bocca, stringendo di più il braccio intorno alla mia vita. Baciava come se non avesse fatto nient’altro in vita sua. Prima che la situazione potesse degenerare, mi ripresi e lo schiaffeggiai con forza, facendolo ridere, e montai in sella a Belisama.

« Barbaro! » urlai.

« Fate buon ritorno a casa, mia signora, e cercate di non perdervi di nuovo tra i boschi. Non potete sperare di trovarmi ancora nei paraggi! » disse ridendo.

Spronai Belisama e feci ritorno a casa, chiedendomi chi diavolo fosse l’uomo del bosco.”

Se vi è piaciuto questo testo, se ne volete conoscere altri, continuate a seguirci sul blog, oppure scrivete direttamente ad Annalisa. La trovate su Facebook a questo indirizzo – cliccate qui – oppure all’indirizzo di posta elettronica loverscotslady@gmail.com.

A presto!

Pubblicato da: debe | 19 febbraio 2010

Il Flamenco

L’Arte e la Passione possono avere tante forme, infiniti modi di espressione, ma l’Amore che esplode dentro di noi, nel momento in cui facciamo qualcosa che ci piace davvero e che ci imprigiona l’anima, lo riconosciamo immediatamente, che sia questo fatto di immagini, parole, musica o altro.

Il Flamenco, e più in generale tutta la Danza, è la testimonianza vivente dell’esistenza di quelle prigioni in grado di catturarci e non lasciarci più, quelle prigioni nelle quali non sappiamo come siamo entrati, né come poterne uscire.

Una carissima amica mi ha inviato questo testo, trovato su internet, che racchiude in sé tutta l’emozione di chi balla il Flamenco e lo fa con il cuore, quello vero, quello sincero; tutta l’emozione di chi, come lei, ha dato l’anima per l’unica vera Passione della sua vita.

Io voglio donarlo a voi, come lei lo ha donato a me.

“Essere flamenco è avere un’altra carne, un’altra anima, altre passioni, un’altra pelle, altri istinti, desideri; è avere un’altra visione del mondo, con il senso grande; il destino nella coscienza, la musica nei nervi, fierezza indipendente, allegria con lacrime; è il dolore, la vita e l’amore che incupiscono. Essere flamenchi significa odiare la routine e il metodo che castra; immergersi nel canto, nel vino e nei baci; trasformare la vita in un’arte sottile, capricciosa e libera, senza accettare le catene della mediocrità; giocarsi tutto in una scommessa, assaporarsi, darsi, sentirsi, vivere!”


Ringrazio Laura per questo prezioso regalo.

Pubblicato da: debe | 19 febbraio 2010

Musica: “Frankestein”, di Marco Masini

Le tre di notte sono passate già da diversi minuti, ma sento il bisogno di regalarvi qualcosa di mio, qualcosa che mi appartiene da tutta la vita: la musica di Marco.

Quello che provo per questo grande cantautore italiano è amore a 360°. La sua voce, le sue parole e il suo piano mi hanno cresciuto nel periodo più complesso della mia vita, ovvero quello dell’adolescenza, e continuano ad accompagnarmi tutt’ora, ogni giorno. Numerose magnifiche canzoni e splendidi concerti mi hanno legato a lui negli anni, regalandomi emozioni alle quali la parola non potrebbe mai rendere giustizia. Sono quei momenti, quegli attimi in cui sai che stai vivendo qualcosa di speciale e ne sei cosciente, qualcosa che quando inizia sa riempirti il cuore e quando finisce ti accorgi come di aver perso tutto.

Marco per me è il volto della Musica, poesia, sentimento, verità, grinta, rabbia, passione, vita. Proprio così, Marco per me è Vita.

Eppure ci hanno provato, quei bastardi, a distruggerlo. Per lui sono arrivate molte, troppe polemiche “programmate”. In molti hanno provato a distruggerlo, così come hanno fatto con la bravissima Mimì (Mia Martini), ma la forza, l’amore per la sua gente e per il suo bellissimo mestiere lo hanno aiutato a riprovare, a far sì che risalisse sul palco dopo anni di silenzio, a rimettersi in gioco. Non volevano che incidesse più canzoni, la critica si è schierata contro, le case discografiche si sono rifiutate di lavorare per lui, i presentatori non lo hanno più voluto nelle loro trasmissioni.

Ma Marco ci è riuscito, si è gettato nuovamente nella folla ed è riemerso da campione, da uomo, da professionista e l’ha fatto in un mondo che ha paura della verità, in un mondo che quando non sa più a cosa appigliarsi tira in mezzo la “sfiga”. Sì, “Masini porta sfiga” dicevano quelle bestie di persone, quei “santoni” ai quali Marco ha dedicato il bellissimo “Vaffanculo” che tutti noi conosciamo.

Ma il vero “vaffanculo” Marco gliel’ha urlato con il suo ritorno, gliel’ha urlato attraverso i concerti, i dischi, le canzoni. Il suo “vaffanculo” gliel’ha urlato attraverso tutto se stesso, attraverso la sua voglia di fare Arte, di regalare emozioni. Ma il suo “vaffanculo” gliel’abbiamo urlato soprattutto noi, soprattutto quelli che come me hanno visto Marco come un fratello, come un padre, come un amico, quelli che non lo hanno mai abbandonato e che mai lo abbandoneranno…

Per voi Frankestein, una canzone che il nostro Maso ha scritto per un suo amico nel 1995 e che ha inciso sull’album Il cielo della Vergine. Ne seguiranno certamente altre, tante altre…

Questo è il testo:

Eri fin da piccolo il più brutto del quartiere,
ti chiamavi Franco detto anche Frankenstein.
Io ti prendevo in giro con quel gusto un po’ crudele
dei ragazzi che hanno tutto e non gli basta mai.
Rosso di capelli e con i brufoli sul viso,
verso i sedici anni eri già due metri e tre,
uno spilungone che scopriva col sorriso
l’apparecchio ai denti e un cuore pieno di perché.
Tu mi difendevi roteando come pale
quelle mani enormi che non hai usato mai
per picchiare gli altri per paura di far male
e ora che la vita ti ha fregato e non lo sai…
Come stai vecchio Frankenstein,
in un letto di ospedale troppo piccolo.
Tutti al bar ti salutano
e tu piangi grande e grosso come sei.
Frankenstein, quando guarirai
ti prometto compreremo quella zattera
e col mare la ferita si richiuderà vedrai
e t’insegnerò a nuotare nella vita Frankenstein…
Franco torneremo la domenica allo stadio,
poi la sera tardi finiremo in pizzeria
e saranno i sogni come sempre il nostro video,
perché abbiamo dentro un sangue di periferia,
perché abbiamo perso tutti quanti un ragazza
che ha sposato un altro bello e ricco più di noi
e Francesca non ha visto mai la tua bellezza,
Franco perché l’anima è invisibile lo sai…
Ci ributteremo come pazzi nello studio,
perché l’ignoranza è la peggiore malattia,
piccolo anatroccolo più grosso di un armadio,
che nascondi un cigno che vorrebbe volar via…
Frankenstein, ora svegliati
non lasciarmi qui da solo come un bischero,
Franco dai, non arrenderti
dimmi che t’incazzi e questa volta ti difenderai…
Frankenstein, quando guarirai
verrò a prenderti con due puttane in macchina
e spenderemo in una notte
tutti i soldi miei e tuoi,
prenderemo ancora a botte
questa vita Frankenstein…

Pubblicato da: debe | 18 febbraio 2010

L’Arte in Cucina: “Le frittelline di riso”

Articolo interamente a cura di Martina Sorce

Cari lettori e lettrici, o forse dovrei dire cari buongustai e buongustaie, sono qui con voi, da oggi, per rendere omaggio ai profumi, ai colori e ai sapori di quella che, a buon diritto, è considerata uno dei più grandi piaceri elargiti della vita: la buona cucina.

Non sono una cuoca né una pasticcera, ma quest’arte magistrale mi scorre nel sangue fin da quel lontano sabato pomeriggio in cui preparai le mie prime meringhe. Sono passati dieci anni e, tra sbagli e buoni risultati, il cassetto delle ricette si è riempito di foglietti e il cassetto dell’esperienza ha accumulato una buona dose di trucchetti e soddisfazioni, che ogni Giovedì sarò onorata di condividere con voi!

Detto questo (credo di essermi vantata abbastanza!), non mi resta che entrare nel vivo del mondo culinario. Seppur con un paio di giorni di ritardo, vorrei dire definitivamente “arrivederci” al Carnevale e allo stesso tempo addolcire un po’ il nostro primo incontro con un dessert che ho realizzato proprio Martedì grasso: le gustosissime frittelline di riso!

Nonostante siano un dolce tipicamente carnevalesco, io amo riproporle di tanto in tanto anche nel tempo ordinario e anche voi potete farlo! Siete pronti a leccarvi i baffi??? Siete pronti anche a impregnare la casa e i vostri vestiti di odor di frittura per almeno 1 settimana?? E a rischiare una slogatura al polso o uno strappo muscolare mescolando l’impasto (c’è di buono però che a fine operazione potrete tranquillamente vantare una muscolatura degna del più professionale body building)?

Provare per credere, mettetevi all’opera! Le dosi che vi propongo daranno forma ad una quantità di frittelle sufficiente per una squadra di calcio, ma non crediate di avere difficoltà nel farle fuori: appena dato il primo morso, in una specie di ipnosi da calorie, altre frittelle vi si catapulteranno magicamente in bocca come palline lanciate da una cerbottana!

Ecco a voi:

750 gr di riso per dolci o minestre

sale q.b.

1 litro di latte intero

750 ml di acqua

3 bustine di vanillina (oppure la vaniglia in baccelli,è più naturale!)

3 scorze di limone grattugiate

4 scorze di arancia grattugiate

4 uova

12 cucchiai rasi di zucchero

liquore dolce q.b. (o sambuca o strega)

1 bustina e ½ di lievito per dolci

1 litro di olio di semi di girasole o di mais

zucchero semolato extra q.b.

Cuocete il riso cosicchè possa riposare e rassodarsi una notte intera. Procedete in questo modo: portate ad ebollizione il latte e l’acqua, in cui avrete grattato un’arancia e un limone e versato le bustine di vanillina o la vaniglia; salate come se doveste cuocere il riso normalmente per farvi un primo piatto (senza esagerare però eh!) e calate il riso. Mescolate in continuazione. Il riso dovrà arrivare a cottura assorbendo interamente i liquidi. Assaggiatelo per rendervi conto della cottura e della salatura.

Il giorno dopo (e qui viene il bello!) trasferite il riso ormai consistente e compatto come un blocco di cemento in una ciotola molto capiente. Aggiungete tutti gli altri ingredienti, separando i tuorli dagli albumi, che monterete a neve e incorporerete delicatamente come ultimo ingrediente con un mestolo di legno. Vi consiglio di assaggiare il composto x rendervi conto che abbia raggiunto il giusto livello di aromatizzazione. Attenzione, dovrà rimanere comunque molto denso, senza liquidi in eccesso. Da questo dipenderà l’ottima riuscita della frittura. Scaldate l’olio in un recipiente fondo, formate delle palline della dimensione che preferite (le mie hanno diametro 4-5 cm) passandole da un cucchiaio ad un altro (passaggio difficile da spiegare!) e gettatele nell’olio (ben caldo, è importante!). Ogni mandata di frittelle richiederà almeno dieci minuti per esser pronta. Osservatele (con occhi amorevoli!) e giratele di tanto in tanto fino ad una doratura uniforme. Scolatele con una schiumarola e passatele immediatamente nello zucchero semolato per poi depositarle su carta assorbente. Adesso, lo zucchero mantiene i chicchi ben separati e non assorbe olio dalle frittelline?? Perfetto! Questa è la prova che le vostre creature sono riuscite a meraviglia! Si meritano un bel viaggetto, di sola andata, tratta cucina-stomaco… in prima classe mi raccomando!

Alla prossima settimana!

Pubblicato da: debe | 17 febbraio 2010

Sanremo 2010, 60° edizione del Festival

Come potremmo, oggi, non parlare della 60° edizione del Festival di Sanremo, noi appassionati di Musica e d’Arte?

Ieri è andata in onda su Rai Uno la prima serata della tanto attesa manifestazione musicale che tutti gli anni sbanca le statistiche di share. Come ogni anno, non esiste Festival se prima non emerge qualcosa su cui discutere, spesso con un accanimento al limite dell’ossessione.

Il qualcosa di quest’anno è Morgan, il musicista e cantautore italiano nato a Milano nel 1972 e conosciuto per aver fatto parte dei Bluvertigo, ma soprattutto per aver partecipato al talent-show di Rai Due, X-Factor, dove si è messo in mostra per la sua grandissima preparazione e per la sua profonda sensibilità musicale. Tutti saranno certamente a conoscenza della notizia che scandalosamente ha girato in televisione e sul web più di qualunque altro fatto di attualità e di importanza oggettivamente superiore.

“Morgan si droga, lo squalifichiamo dal Festival”.

Questo il pensiero degli addetti ai lavori, che con tanta ipocrisia sono rimasti in bilico fino all’ultimo sull’idea di chiedere a Morgan di partecipare come ospite non in gara. Niente di più incoerentemente scandaloso, almeno secondo me.

Ma superato il “problema” Morgan, finalmente si è iniziato a fare sul serio, dando il via, proprio ieri sera, a questa 60° edizione. Il tanto temuto flop che tutti si aspettavano mettendo a confronto la Clerici e Bonolis non c’è stato, nonostante il martedì grasso e la Champions League. Ed è proprio Bonolis, insieme al suo collega di sempre Luca Laurenti, a dare inaspettatamente il via a questo Festival. La loro è una presentazione degna di nota, di un duo attuale e intramontabile come stanno dimostrando di essere.

A seguire il Festival sono stati 10 milioni e 700 mila spettatori circa.  Il tanto ricercato share al 45,29%, non male. Anche se i risultati sono stati inferiori all’anno scorso, dove vennero superati i 14 milioni di spettatori, le cifre rimangono comunque maggiori delle edizioni precedenti.

Le canzoni in gara sono 15 (adesso 12), numerose tra queste le presenze giovanili. Tra tutti emergono, a mio parere, la qualità vocale impressionante di Marco Mengoni (ho avuto il piacere di conoscerlo a X-Factor), la voce inconfondibile di Noemi (anche lei diventata “amica virtuale” proprio grazie al talent-show di Rai Due) e la delicatezza di Malika Ayane. Apprezzabili anche Povia e Fabrizio Moro per come hanno trattato temi di importanza sociale, com’è nel loro stile. Non male nemmeno Irene Grandi ed Enrico Ruggeri, che non rappresentano certo una novità nel panorama della musica italiana.

Sinceramente mi trovo abbastanza in accordo con la giuria (cosa che non succede mai!) per quanto riguarda le eliminazioni che hanno colpito Toto Cutugno (forse lo potevamo salvare sacrificando Arisa), la coppia Pupo-Filiberto (che poi era un trio) e Nino D’Angelo.

Stasera il secondo appuntamento, questa volta con i giovani, ma quelli veri!

Pubblicato da: debe | 17 febbraio 2010

Addio Salinger

Dopo aver parlato con piacere del ritorno di Pinocchio, devo parlarvi con amarezza di una partenza, una di quelle partenze che purtroppo non hanno ritorno.

Qualche giorno fa, esattamente il 27 gennaio scorso, se n’è andato Jerome David Salinger.

Anche se sono arrivato un po’ tardi, mi sono sentito in dovere di inserire questo articolo per tutti coloro che ancora non avessero appreso la notizia della scomparsa di questo grande scrittore, notizia che tra l’altro è girata ben poco su televisione e web.

Lo scrittore americano, divenuto celebre per il suo famoso romanzo di formazione Il giovane Holden, si è spento nella sua casa di Cornish, nel New Hampshire, dove viveva da auto-recluso da più di cinquant’anni. Fortunatamente – so che può sembrare brutto parlare di fortuna in questi casi – il suo decesso è avvenuto senza dolore (così hanno detto i medici).

I temi principali dei lavori di Salinger sono la descrizione dei pensieri e delle azioni di giovani disadattati, la capacità di redenzione e il disgusto per la società borghese. Nel suo romanzo più importante, Il giovane Holden – che riscosse un immediato successo nonostante le numerose critiche – lo scrittore statunitense racchiude tutto questo in una storia dall’aspetto enigmatico e ricca di sfumature, dove viene alla luce l’eccezionale abilità di Salinger nel cogliere i più complessi particolari del carattere umano, nel saper curare in modo fine ogni descrizione. Attraverso quest’opera emerge anche il suo imprescindibile tono ironico e le atmosfere tristi di una New York disperata.

Tutto questo ha fatto sì che il romanzo venisse considerato a tutti gli effetti un vero capolavoro e fa entrare di diritto Salinger tra gli scrittori dell’Olimpo,  quelli che hanno coraggio, quelli che non hanno paura e non si tirano indietro di fronte alla verità. Nel caso non lo aveste ancora letto, ve lo consiglio vivamente.

Addio Salinger, a te il mio personale saluto.

Pubblicato da: debe | 17 febbraio 2010

I segreti del Cinema 3D

Come già ben saprete, il Cinema tridimensionale (3D) è un tipo di procedimento cinematografico mediate il quale viene fornita una visione stereoscopica delle immagini.

Questo tipo di visione può essere ottenuta solamente in sale opportunamente attrezzate (fatta eccezione per la tecnica anaglifica, che vedremo più avanti), in quanto necessita di proiettori specifici, ben diversi da quelli che vediamo abitualmente dentro le nostre sale. Proprio per questa ragione, la diffusione del 3D rimane, per il momento, ancora limitata e circoscritta ai Multisala più importanti (salvo rari casi).

Ma come si riesce ad ottenere un’immagine 3D? A cosa occorrono gli occhialini? Andiamo a vedere.

I primi film 3D, dagli anni venti fino agli anni cinquanta (stiamo parlando ovviamente di America), utilizzavano il sistema dell’anaglifo. Successivamente si è diffusa, invece, la tecnica della luce polarizzata, ad oggi la più in uso. Ma esiste anche un’ulteriore tecnica, quella degli occhiali elettronici a cristalli liquidi, ma è più dispendiosa e per questo meno utilizzata. A ragion del vero, bisogna dire che tutto il 3D ha un po’ questo problema. In Italia, considerando i costi e gli incassi, questa “nuova” tipologia di Cinema non è ancora molto usata; viene adottata soltanto per quei film in cui si prevede che il successo commerciale sia abbastanza alto da coprire ampiamente le spese.

Ma andiamo a vedere come funziona, come riesce ad “ingannare” i nostri occhi.

La tecnica di ripresa, che consente la visione stereoscopica di immagini in movimento, utilizza una cinepresa con doppio obiettivo e doppia esposizione. Nel caso della pellicola, ad esempio, due rulli vengono fatti correre parallelamente, riprendendo la stessa immagine secondo due visioni leggermente sfalsate. La distanza tra le due riprese è di circa 6 cm, cioè la stessa che intercorre mediamente tra i nostri due occhi, da centro pupilla a centro pupilla (ho misurato io personalmente, non fatevi del male).

Ma cosa accade poi quando siamo al Cinema?

Accade che entrambe le immagini, riprese con la cinepresa a doppio obiettivo, vengono proiettate contemporaneamente o i rapida successione (a seconda della tecnica usata) sul medesimo schermo. La separazione di queste due immagini, destinate una all’occhio destro e una all’occhio sinistro, avviene attraverso alcuni sistemi di filtraggio e ad occhiali in grado di discriminare l’una o l’altra immagine.

I metodi di proiezione sono, come ho accennato all’inizio, di tre tipi. Vediamoli.

Anaglifo: le due immagini filtrate con due colori diversi vengono discriminate da occhiali con filtraggio complementare. In pratica, la lente destra cattura le immagini destinate all’occhio destro e oscura, attraverso una complementarità nei colori tra lente e schermo, quelle destinate all’occhio sinistro e viceversa. Fino a non molto tempo fa era il sistema più comune. Non necessita di tecniche di proiezioni speciali: bastano un normalissimo proiettore e un altrettanto normalissimo schermo opaco sul quale proiettare le “doppie” immagini, più ovviamente gli occhialini appositi.

Lenti polarizzate: le due immagini vengono proiettate in rapida successione su un apposito schermo riflettente e vengono discriminate da occhiali dotati di lenti polarizzate. Questa tecnica ha preso piede e ha soppiantato (ancora non del tutto) la tecnica anaglifica, in quanto permette immagini più realistiche, una resa di colori migliore e, non da meno, un affaticamento visivo inferiore, permettendo visioni più prolungate che stancano meno gli occhi di quanto lo faccia, appunto, l’anaglifo.

Oscuramento alternato: anche in questo caso le immagini vengono proiettate in rapida successione, a 48 o 114 frame al secondo contro i 24 del cinema tradizionale, e vengono discriminate da occhiali dotati di otturatori sincronizzati. In pratica, la visione è un continuo otturarsi di una o l’altra lente, in maniera tale che quando uno dei due occhi vede un frame, l’altro non vede niente. Chiaramente, la rapidità di questa sincronia non crea alcun disturbo allo spettatore, che non si accorge di niente. I costi di realizzazione sono però più alti e questo ne limita, per adesso, lo sviluppo.

Al momento mi fermo qui, prossimamente cercherò di fare uno o più articoli che spieghi/no più nel dettaglio le tre tecniche.

Alla prossima!

Pubblicato da: debe | 17 febbraio 2010

Pinocchio ritorna 40 anni dopo!

40 Anni dopo il capolavoro di Luigi Comencini, ritorna Pinocchio.

La veste non ha più la forma della Televisione in 4/3, ma quella più moderna di un Internet diventato ormai indispensabile. Potrebbe essere forse altrimenti, in un 2010 dove anche i più vecchi sono costretti ad aggiornarsi per non essere dimenticati? Beh, no, non potrebbe. E Pinocchio allora si aggiorna, ma lo fa mantenendo intatta la passione di un tempo. Ed è proprio grazie a questa passione che oggi possiamo apprezzare nuovamente, e in altri termini, la nuova interpretazione del grande romanzo di Collodi.

A rivisitarlo è Andrea Balestri, lo conoscete? Dai, fate uno sforzo. Il mitico Andrea è Pinocchio, sì, proprio lui, quello della foto, quel bambino che nell’aprile del 1972 correva sui nostri teleschermi a ritmo della musica di Fiorenzo Carpi. In un’intervista al Corriere Della Sera, Andrea ha dichiarato:

«Anni formidabili , che nei cinque anni successivi mi hanno regalato una notorietà incredibile che ancora oggi in parte mi porto dietro. Ho tantissimi amici su Facebook o che mi lasciano messaggi nel mio sito. Sul set ho conosciuto attori straordinari. Nino Manfredi era Geppetto anche nella vita, simpaticissimo e gentile con me, paziente, protettivo. Con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, il gatto e la volpe, il rapporto poi era speciale. Mi capivano, mi coccolavano, mi viziavano a volte».

E così, grazie a lui e ad un progetto del Comune di Pisa e della Fondazione Collodi, da qualche giorno Andrea ha messo a disposizione, gratuitamente su internet, la sua versione multimediale del meraviglioso romanzo di Collodi, ovvero un audiolibro letto dallo stesso Balestri e arricchito dai disegni di Fabio Leonardi e dalla musica di Andrea Cellesi. Da non perdere.

Per maggiori informazioni, visita il sito di Andrea: www.andreabalestri.it

Pubblicato da: debe | 17 febbraio 2010

Curiosità

Eccoci al via della nuova rubrica del blog Pensieri Arte, la rubrica “Curiosità”.

Gli amici di Facebook sanno già di che si tratta, ma lo ripeto per tutti quelli che non hanno avuto l’occasione di leggere il contenuto della mia brevissima presentazione.

In questa rubrica affronteremo argomenti di vari interessi e natura, ma sempre inerenti ai temi del blog. Parleremo quindi di Cinema, Musica, Fotografia, Letteratura, ecc., ma lo faremo scendendo in dettagli curiosi, interessanti e certamente utili a chi avrà il desiderio di conoscerli.

Alcuni dei temi di cui andremo a parlare, giusto per darvi una piccola anticipazione, sono il Cinema 3D, il Blu-ray, la compressione Mp3, la copia dei film su Pc, i programmi file-sharing, gli eBook, i televisori a Led e tanti altri.

Vi aspetto! Lo so che non sono l’unico ad essere curioso…

Indice:

I segreti del Cinema 3D

Pubblicato da: debe | 16 febbraio 2010

L’Arte in Cucina

L’uomo, da che mondo è mondo, ha bisogno di nutrirsi per sopravvivere. Fin dagli albori dell’umanità ha sperimentato la cottura esponendo la carne, e poi altri alimenti, direttamente al calore del fuoco. Pian piano le sue prove sono aumentate, le tecniche migliorate, gli utensili perfezionati. Così, i metodi di cottura, di preparazione e di conservazione dei cibi si sono sviluppati insieme al progredire della civiltà.

Sostengo che la Cucina di una nazione racchiuda in sé tutta la storia del popolo che vi abita e rappresenti la cartina tornasole di un identità trasformata negli anni, nei decenni, nei secoli.

La Cucina Italiana, ad esempio, è figlia di numerose influenze, portate dai popoli che si sono succeduti nel nostro Paese (celti, greci, etruschi, romani, longobardi, arabi, normanni, austriaci, spagnoli, ecc.). Proprio per questa ricchezza e per questa varietà, oggi è particolarmente apprezzata in tutto il mondo (forse almeno in questo riusciamo ad essere i primi!).

La Cucina è un’Arte. Si è conquistata il prestigioso titolo attraverso il tempo e la fantasia dell’uomo. Oggi è diventata una vera e propria cultura di massa che interessa sempre più persone, sia donne che uomini, ed è per questo che ho deciso di farne una Rubrica qui sul blog Pensieri Arte.

Ovviamente non sarò io a gestirla – sì e no sono capace di fare un piatto di pasta con il sugo pronto -, bensì Martina Sorce, classe 1985, che possiede una passione e una capacità innate verso questa magnifica Arte (parola del suo ragazzo, cioè io).

Tutti i giovedì. Non mancate!

Indice:

Pennette funghi e salmone

Bocconcini di Pollo

Frittelline di Riso

Pubblicato da: debe | 15 febbraio 2010

Letteratura: “Il peso della farfalla”, di Erri De Luca

Se facciamo eccezione per l’ultima versione di Non ora, non qui, ampliamento della sua prima opera narrativa del 1989, Il peso della farfalla è l’ultimo romanzo dello scrittore, poeta e traduttore italiano Erri De Luca, che come ulteriori hobby pratica addirittura alpinismo e arrampicata sportiva, tra l’altro con ottimi risultati a livello mondiale.

Nato a Napoli nel 1950, è stato definito da Giorgio De Rienzo (critico letterario del Corriere della Sera) come lo scrittore del decennio.

La sua ultima opera è di una narrativa profonda, caratterizzata da una poetica leggera e cadenzata da un ritmo deciso e significativo. La storia, che per certi versi potrebbe anche essere identificata come una favola, ha un suo proprio marchio d’autore, quello che nella folla fa la differenza, quello che è spesso riconducibile ai grandi artisti.

In questo breve romanzo (circa 70 pagine) è racchiuso tutto il dramma della solitudine  e della lotta per la vita. I due protagonisti – il camoscio e il cacciatore – sentono l’imminenza di uno scontro inevitabile che li avvicina sempre più l’uno all’altro. Attraverso un parallelismo davvero fine ed efficace, che mostra il comportamento degli uomini a confronto con il comportamento del branco, si giunge al tanto atteso incrocio di anime, al peso inesistente – quello della farfalla – di due vite che si legano per sempre, nella pietà di un abbraccio mortale.

Pubblicato da: debe | 15 febbraio 2010

Cinema: “Amabili resti”, di Peter Jackson.

Articolo interamente a cura di Teresa Di Gaetano.


Amabili resti è un film di Peter Jackson, il regista de Il signore degli anelli, tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold (edizioni e/o).

Susie Salmon, una quattordicenne, viene uccisa dal suo vicino di casa. Sappiamo tutte queste notizie perché è Susie in prima persona, da morta, che le racconta, unendo alle descrizioni della sua fine i flashback della sua esistenza passata.

Tutto il film ruota attorno alla mancanza che porta la perdita di una persona cara. I familiari, soprattutto il padre, non si arrendono e cercano, invano, di dare un nome all’assassino, mentre la piccola Susie rimane come intrappolata nel suo Cielo, sospesa tra la bellezza e la felicità di questo nuovo mondo, l’ansia di riscatto e l’apprensione per la sorte dei suoi familiari.

Anche se il film si discosta in alcune parti dal libro, il regista ha dato alla storia una sua personale impronta. Senza far pesare sullo spettatore il dramma della vicenda, con le splendide immagini del mondo alternativo dove abita momentaneamente la protagonista, ha regalato degli scenari da sogno a chi guarda il film, generando così una forte commozione per la sorte della piccola Susie. Come l’immagine della distesa di spighe di grano dorato che separano Susie dal suo amato Ray che l’aspetta in una rotonda in legno. La ragazzina avanza, ma poi pian piano affoga nell’acqua: segno questo della sua vita ingiustamente stroncata. E sarà l’amore per questo ragazzo che, alla fine, la terrà legata alla Terra. In un ultimo toccante incontro, l’anima di Susie riuscirà a dare un bacio all’amato.

Cosa sono dunque questi “amabili resti”, se non il legame affettivo che unisce chi ama a chi non c’è più? Ecco allora in cosa consiste la fine di un’esistenza; quella di Susie è stata breve, paragonabile ad un secondo, ma intensa, limpida. Dimenticarla significa per lei morire, raggiungere finalmente il suo Cielo per sempre.

Per chi volesse vedere il trailer, eccolo qui sotto!

Inoltre, se volete conoscere meglio l’autrice dell’articolo, la potrete trovare su Facebook – cliccate qui -,  sul suo Windows Live Space – cliccate qui -, oppure sul suo blog Una città trasparente a se stessa dove, tra le altre cose, sono presenti anche il suo romanzo La bambola di vetro e le due raccolte di racconti Bubble bubble e Conchiglia – cliccate qui -.

Ringrazio Teresa, oltre che per la collaborazione, per l’interessamento e la passione dimostrati in questi primi giorni di blog. Mi auguro che continui sempre così!

Pubblicato da: debe | 15 febbraio 2010

Roberta Volpi – “La notte”

Quella che voglio presentarvi oggi è una scrittrice esordiente. Si chiama Roberta Volpi ed è un’Artista tutto-fare, classe 1983. Oltre a scrivere poesie e ad essere alle prese con il suo primo romanzo, Roberta canta in un gruppo Soul/Groove, spinta dalla passione che la lega alla famosa cantante Aretha Franklin, e si diletta nel fare creazioni handmade in fimo.

Negli ultimi giorni ho avuto il piacere di conoscerla un po’, tramite la sua scrittura e la sua partecipazione al blog, e non ho potuto che ammirare il suo modo di fare poesia. La sua penna è delicata, sensibile, ben identificabile in uno stile, il suo, che lega narrativa e lirica in maniera naturale, autentica. I suoi versi sono diretti, accompagnano la mente verso immagini dolci e sensuali, attraverso l’arte della Parola. Questa è la prima poesia che voglio farvi conoscere, la prima di una – mi auguro lunga – carriera.

La notte

Il sole era ormai distante,
stava per imbrunire.
Sul poggio, due colombe
s’accostavan piano
su fronde ormai dirute
aspettando, forse, il buio.

Una nube
coprì l’ultimo guizzo di sole
poi sparì.

E il buio calò sulla collina:
lieve sui ceppi umidi,
mesto, giù per la brughiera.
Baciò i fiori presso il dirupo,
su di essi
distese la sua ombra.

D’un tratto un bagliore.
Forse un ignoto miraggio?
O forse no.
Forse,
una stella andar giù.
Forse,
quell’ultimo raggio di sole
smarrito
che pretese il suo posto
in quel regno basito.

Se vi è piaciuta, se vi ha fatto provare delle emozioni, se volete conoscerla meglio, potrete trovare Roberta Volpi su Facebook a questo indirizzo – cliccate qui – o sul sito Daisy Live Musiccliccate qui – dal quale potrete accedere anche al suo blog Il giardino della fantasia.

Approfitto per ringraziare Roberta della preziosa collaborazione.

Pubblicato da: debe | 15 febbraio 2010

Io? Non dormo!

Non c’è tempo, non c’è mai tempo.

Un sacco di cose che devo fare per forza e un altro sacco di cose che per forza voglio fare. Direttamente proporzionale: aumentano gli impegni imprescindibili e contemporaneamente aumenta il desiderio di fare altro, di seguire le passioni o, più banalmente, i semplici interessi.

Voglio leggere, oh quanto mi piace leggere. Voglio scrivere, oh quanto mi piace scrivere. E un film non lo guardiamo? Perché no? E una corsetta all’aria aperta non ci farebbe bene? Senz’altro! E un giro in moto non lo facciamo? Non potrei mai stare senza la mia moto, lo sai. E una cena fuori no? Certo! In palestra quante volte questa settimana? Quattro! Bravissimo. E l’hai fatto il file del fantacalcio? Sì che l’ho fatto. Ah, bravo, e il blog l’hai aggiornato? Hai scritto nuovi articoli? Sì, ho fatto anche quello. Benissimo, eccellente. E sei andato anche a lavoro? Potrei forse non andarci? No, non potresti. Allora smettila di farmi queste domande stupide! Ma guarda che sei tu che hai iniziato!

Fare, fare, sempre fare. Non mi fermo mai. Non posso fermarmi. Ma il tempo? Il tempo non c’è, non c’è mai. Dove posso rubarlo? Smetto di leggere? Non potrei. Smetto di scrivere? Nemmeno. Taglia fuori la palestra. Ma scherzi? Lo sport non deve mancare. Non mangiare più. Credi che non ci abbia pensato? Non durerei molto. Esiste la “dieta del guerriero”, sì, con quella risparmierei un po’ di tempo, ma non pensi che il mio fegato possa durare poco in quel modo? Eh già…

Allora la vuoi sapere una cosa? Sei proprio sicuro di volerla sapere? Dai, avanti, dimmela! Sai che faccio io? No che non lo so. Non dormo! Io? Non dormo! E quando le rigeneri le tue cellule muscolari? Quando li produci gli ormoni della crescita? E le tossine, quando le elimini? Il sistema immunitario poi, non lo vuoi stimolare? E lo stress, vuoi tenertelo tutto per te? Non vuoi nemmeno ottimizzare la tua capacità di apprendimento? E la memoria? E… Oh! Ma sempre a rompere i coglioni devi stare? Non ho tempo per te, lasciami in pace, che sono quasi le tre di notte!

Pubblicato da: debe | 14 febbraio 2010

Corso di Fotografia: 1 – Compatta o Reflex?

Eccoci qui, all’inizio di questa nostra avventura. Come primo passo, prima di andare ad affrontare le varie tematiche di tipo tecnico o stilistico sullo scatto vero e proprio, che vedremo tra qualche settimana, mi preme che siano ben chiare le principali differenze che ci sono tra una macchina fotografica Compatta e una macchina fotografica Reflex. Ovviamente questi non sono gli unici due tipi di macchina esistenti, ma ad oggi sono i più diffusi e probabilmente i soli che potremmo trovare in un negozio.

Come potete ben vedere nell’immagine, le due macchine sono ben diverse l’una dall’altra. La compatta è quella di sinistra, mentre la reflex è quella di destra. L’immagine serve solo per fare chiarezza, esistono infatti molte compatte e molte reflex, delle più svariate marche, che si differenziano per forma e colore.

Andiamo a vedere adesso le due famiglie.

Compatta

La macchina fotografica compatta è caratterizzata da un obiettivo fisso non intercambiabile e da un mirino molto piccolo, che non mostra l’immagine attraverso l’obiettivo e si definisce di tipo galileiano. L’utilizzo è, nella maggior parte dei casi, molto semplice ed intuitivo, poiché tutte le scelte sono completamente automatiche (nelle analogiche) o del tutto semplificate (nelle digitali). Sono macchine nate per essere maneggevoli ed economiche,  esistono addirittura le analogiche “usa e getta”.

I vantaggi di tali macchine sono abbastanza intuibili: sono facili da usare, economiche, ben trasportabili e hanno il mirino che non si oscura mai, proprio perché non filtra l’immagine attraverso l’obiettivo.

D’altro canto gli svantaggi sono notevoli, soprattutto per chi alla qualità della foto ci tiene particolarmente. La qualità delle ottiche è scadente (soprattutto in quelle più economiche) o comunque accettabile solo per foto di piccole dimensioni, l’obiettivo non può essere cambiato secondo le proprie esigenze, la messa a fuoco non è controllabile manualmente e il mirino di tipo galileiano porta al cosiddetto errore di parallasse, cioè ad una differenza tra l’immagine inquadrata e l’immagine realmente fotografata. Se è vero che per soggetti posti a più di 50 cm di distanza l’errore è trascurabile, questa mancanza è assai grave. Fortunatamente, nelle fotocamere digitali il problema è stato risolto con l’aggiunta di uno schermo di pochi pollici, dove si può vedere l’immagine reale attraverso l’obiettivo e controllare dunque l’inquadratura a proprio piacimento.

Reflex

La macchina fotografica reflex è caratterizzata da un corpo macchina ben impugnabile, da un obiettivo intercambiabile di medie o grandi dimensioni e da un mirino ampio che permette di vedere attraverso l’obiettivo. E’ la macchina più diffusa tra amatori e professionisti, proprio perché permette di realizzare foto di alta qualità, nonché un controllo totale dello scatto, ma è anche più costosa di quella compatta. I prezzi variano dai 300,00 € circa, ai 6-7mila del solo corpo macchina, senza obiettivo. Anche per gli obiettivi i prezzi sono dei più vari. Si parte dai 50-60 €, per arrivare al super-obettivo a focale fissa della Canon, che costa quasi 70mila euro. Sì, avete capito bene. Cliccate qui se volete spaventarvi.

Ora, non voglio mettervi paura con questi prezzi, non è mia intenzione, ma sto solo cercando di farvi capire la grossa differenza che intercorre tra le semplici macchine compatte e le più complesse e amate reflex. Con circa 500 euro potrete comunque comprare una reflex di fascia medio-bassa (stiamo parlando di qualità neanche paragonabili alle compatte di più alto livello), completa di un obiettivo che vi permetterà di svariare tra tutti i tipi di foto ed iniziare la vostra avventura come fotografi.

I vantaggi di questo tipo di macchina riguardano, ovviamente, tutto ciò che porta alla qualità dei vostri scatti: ottiche sensazionali, tempi di risposta immediati, controllo totale dell’inquadratura, per citarne solo alcuni e per non parlare dei numerosi accessori presenti sul mercato. Posso dire, senza nulla togliere alle macchine compatte, che solo chi sceglie una reflex, sceglie davvero di fare Fotografia.

Gli svantaggi, come avrete ben capito, riguardano invece il costo d’acquisto e la minor praticità nel trasporto. Sono certamente diffuse borse o zainetti fatti apposta, ma non potrò mai sostenere che sarà come portarsi una compatta nella tasca del giacchetto o del pantalone (considerando che, probabilmente, quando andrete in gita avrete già uno zaino in spalla).

Fatta dunque questa prima analisi dovuta, nella successiva lezione vedremo la differenza che c’è tra la fotografia analogica e la fotografia digitale.

A domenica prossima!

Pubblicato da: debe | 14 febbraio 2010

Musica: “La cura”, Franco Battiato

Francesco (Franco per il grande pubblico) Battiato è uno dei più originali ed eclettici cantautori del panorama musicale. I generi che ha affrontato, nella sua ormai lunga carriera, sono dei più vari. Rock progressivo, Pop, Rock, Avanguardia, Musica sperimentale, Musica elettronica, Dance, New Wave, per non parlare della Musica etnica che lo ha accompagnato durante i suoi viaggi, contaminandone il modo di fare Arte.

Ma Battiato non è solo questo, è anche regista – ricordiamo film come Perdutoamor o Musikanten, (per citare solo i due più famosi) dei quali il primo è stato anche premiato con il Nastro d’argento per la regia e con il Fregene per Fellini per il miglior film – e pittore.

Franco Battiato è un Artista, un vero Artista. La sua è una vita dedicata completamente alla sua voglia di fare Arte. In 45 anni di carriera ha sfornato la bellezza di 31 album, di cui ben 24 sono stati realizzati in studio. Personalmente non vado matto per il suo genio, ma ne riconosco e ne apprezzo la qualità, la ricerca e la passione che vive in ogni sua opera. La canzone che ritengo essere il punto più alto della carriera dell’artista di Jonia è proprio La cura, un brano certamente tra i più belli che la musica italiana abbia inciso durante la sua lunga storia.

La cura è una canzone di una magnificienza unica, che trova la sua ragion d’essere in un arrangiamento musicale davvero eccezionale e in un testo di pura poesia, dove ad essere narrato non è il solito amore del “mi manchi” o del “non posso stare senza di te” – che poi è sempre la stessa solfa – ma il vero Amore, quello con la A maiuscola. Nessun egoismo, nessun desiderio di possesso…

La chiave di lettura della canzone potrebbe essere, a tal proposito, quella della “preghiera-inversa”. Dio che parla alla creatura, che si offre a lei con tutto se stesso, per salvarla, per “curarla” dalla malattia della vita. Un concetto che sottolineerebbe il desiderio di innalzare all’estremo immaginabile quel sentimento di amore (chi può amare più di Dio?) che Battiato stesso ha per la Musica.

E se fosse dunque una canzone rivolta alla Musica?

Potremmo soffermarci per ore ad analizzare questo testo e non ne usciremmo mai convinti. Una ricerca ossessiva ad un significato certo non avrebbe senso, non porterebbe ad altro che ad una denaturazione – sì, proprio così – di un’opera che vuole essere vissuta proprio com’è, che non vuole schemi, ma soltanto Amore.

Buon ascolto!

Questo il testo:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
Io sì, che avrò cura di te…

Pubblicato da: debe | 13 febbraio 2010

Corso di Fotografia

Come vi avevo promesso qualche giorno fa su Facebook, taglio il nastro di partenza per questa iniziativa: il corso di Fotografia Pensieri Arte.

A partire da domani, tutte le domeniche (salvo imprevisti) posterò una nuova lezione. Partiremo con l’analizzare i tipi di macchine fotografiche e le componenti fondamentali che li costituiscono, faremo il punto della situazione sulle maggiori differenze tra l’analogico e il digitale, infine ci butteremo a capofitto sulla tecnica, che è il punto sul quale vorrei soffermarmi maggiormente.

Parleremo di luce, tempi di esposizione, diaframmi, sensibilità del sensore (o della pellicola) e quant’altro sarà necessario per acquisire una buona padronanza della macchina fotografica.

Impareremo a realizzare fotografie valide dal punto di vista tecnico e non solo. Impareremo a catturare gli attimi più significativi della nostra vita, per non farli fuggire, per far sì che non vadano perduti, che non vadano dimenticati, mai…

Indice delle lezioni:

1 – Compatta o Reflex?

2 – Analogica vs Digitale (parte 1)

3 – Analogica vs Digitale (parte 2)

4 – Le componenti

Pubblicato da: debe | 13 febbraio 2010

Cinema: “Paranormal Activity”

Eccoci qui, dopo il primo appuntamento con Avatar, ad analizzare l’altro fenomeno mondiale di inizio 2010: Paranormal Activity. In realtà il film di Oren Peli, al suo primo tentativo cinematografico, è stato girato nel 2007, ma a causa di problemi di distribuzione è arrivato nelle nostre sale soltanto da poco.

Il budget è stato di soli 15 mila dollari, i protagonisti sono l’amico e l’ex compagna del regista israeliano, il cast è di sole 4 persone e il luogo dov’è stato girato il film è la casa stessa di Peli. Non sono stati necessari nemmeno mezzi tecnologici avanzati, in quanto le riprese sono state interamente effettuate con una telecamera amatoriale, se pur ad alta definizione.

E gli incassi? Gli incassi hanno superato i 150 milioni di dollari, facendo guadagnare a questo film il titolo di “Film più remunerativo della storia del cinema”, ovvero quello con la percentuale di ricavo maggiore rispetto al budget di spesa. Un rapporto che corrisponde al milione per cento. Sì, avete capito bene.

Ma questi soldi non sono finiti nelle tasche di Peli, bensì in quelle di Steven Spielberg che, capitandogli fortuitamente la pellicola tra le mani e fiutandone l’affare, ne ha acquistato i diritti e l’ha distribuito con la sua Dreamworks. Ma il regista classe 1970 non se l’è presa, anzi, si è dichiarato contento che tante persone abbiano visto il suo film. Alla fin fine è stata per lui un po’ come una gavetta. E’ già pronto, infatti, il suo nuovo film Area 51, che al momento è in pre-produzione, e ideato il seguito di Paranormal Activity, da realizzare a data da destinarsi. Visto il successo, immagino che i suoi prossimi budget siano ben più alti.

Ma parliamo di questo, parliamo proprio di Paranormal Activity.

Il film è stato certamente pubblicizzato al meglio, non si poteva fare di più. In televisione e su internet il motto è stato “Il film che ha terrorizzato l’America” e il paragone è andato subito verso “L’esorcista” e “The Blair witch project”. Ecco. Chi ama l’horror può perdersi un film etichettato in questo modo? No. Quindi, ancora una volta, spettatore (di genere) catturato. Dico “di genere” perché è un film che attira solo le persone a cui il genere, appunto, non dispiace (ma va bene, la pretesa non era certo quella di battere un colosso come Avatar).

Il problema è che questo film è una bufala. Ritengo che la “cattura” sia stata una vera e propria rapina, non solo dei 7 euro che ho dovuto sborsare per vedere un obbrobrio del genere al cinema, ma soprattutto per la messa in scena, rivelatasi poi assolutamente falsa e infondata, che ha portato lo spettatore a vedere il film.

Non mi aspettavo certo di vedere “L’esorcista dei giorni nostri”, com’è stato definito in uno dei trailer che giravano in tv, ma di assistere a qualcosa che mi colpisse davvero, qualcosa che andasse oltre i soliti goffi tentativi di fare film horror – versioni orribili di commedie esilaranti – quello sì. Purtroppo non è stato così, per niente affatto.

Il film è di una banalità incredibile, il livello artistico espresso è pari a zero. Mi sono trovato in disaccordo con quasi tutte le scelte stilistiche del regista. Ho trovato poco brillante l’idea di regia dentro ad un film in stile falso documentario, del tutto sbagliata la scelta di attribuire il demone alla sola persona di Katie, comica l’attività paranormale di questa entità non-umana e priva di senso la storia. Per non parlare ovviamente della recitazione insufficiente e delle riprese amatoriali che fanno venire la nausea quasi da subito.

Insomma, a farla breve (non voglio parlarvi della trama, nel caso lo vogliate vedere), ne sconsiglio vivamente la visione (anche se arrivo un po’ tardi…). Il film non dà nessuna emozione, nemmeno di paura, cosa per cui nasce. Fatta eccezione per gli ultimi 10 secondi di film, che tra l’altro risultano ampiamente annunciati dal trailer, dunque prevedibilissimi, il vero fatto paranormale risulta essere la riuscita e il successo commerciale di un film di questo tipo.

Avete 7 euro da spendere? Andate ad un video-noleggio, prendete L’esorcista e una bella porzione di popcorn. Vi avanzeranno anche i soldi per fare colazione il giorno dopo…

Pubblicato da: debe | 13 febbraio 2010

Che cos’è l’Arte?

Sono andato su Wikipedia e ho letto lentamente, prestando molta attenzione ad ogni singola parola:

L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza, porta a forme creative di espressione estetica. Nella sua accezione odierna, l’arte è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni, per cui le espressioni artistiche, pur puntando a trasmettere “messaggi”, non costituiscono un vero e proprio linguaggio, in quanto non hanno un codice inequivocabile condiviso tra tutti i fruitori, ma al contrario vengono interpretate soggettivamente. Indubbiamente , pero’, esiste un linguaggio oggettivo che prescinde dalle epoche e dagli stili e che dovrebbe essere codificato per poter essere compreso da tutti .

Subito dopo sono andato anche sul vocabolario Treccani e ho letto quanto segue:

Capacità di agire e produrre, sulla base di un complesso di regole conoscitive e tecniche, utilizzando facoltà inventive, espressive e rielaborative.

Mi sono interrogato spesso sul significato di Arte, ho cercato di capire cosa può essere definito tale e cosa no. Ne ho dedotto una mia personale, quanto criticabile, osservazione. Per me l’Arte è tutto ciò che nasce dal desiderio stesso di fare Arte e che ha il fine di emozionare se stessi e/o gli altri. E’ un gioco di parole, un controsenso, un cane che si morde la coda? No, credo di no.

Penso che l’Arte non abbia bisogno di spiegazioni, anzi, ritengo che ogni tentativo di definizione del concetto porti verso una prigionia dell’emozione, sfociando presto in una non-arte, in una banale voglia di successo che snobilita l’uomo e l’azione dell’uomo. Nel momento in cui l’Arte viene circoscritta ad un concetto, a qualche riga di vocabolario o di enciclopedia, perde tutto il suo potere, la sua forza immensa e diventa semplicemente un vocabolo, uno dei tanti.

Rileggete quelle definizioni che ho inserito ad inizio articolo, non le trovate fredde?

Adesso, invece, pensate alle emozioni che provate nell’ascoltare una canzone che vi piace, nel leggere le parole del vostro poeta preferito o le pagine di un libro. Pensate ai profumi, ai colori, alle immagini che parlano di voi. Pensate a tutto ciò che vi fa stare bene, ma anche male, a ciò che vi fa commuovere dalla gioia o piangere dalla tristezza. Pensate a queste sensazioni, mescolatele, accavallatele, lasciatele uscire, scappare, tornare, immaginatele tutte insieme, dentro di voi, fuori di voi, Voi.

Ecco, questa è Arte, questa è Arte…

Pubblicato da: debe | 12 febbraio 2010

Musica: “Più su”, Renato Zero

La nostra rubrica musicale inizierà proprio da qui, dal Maestro, dal mitico Renato. Chi non lo conosce? Chi non ha mai ascoltato una sua canzone?

Colonna portante della musica italiana, Renato Fiacchini, in arte Zero, è il nostro orgoglio, probabilmente il miglior esponente della musica cantautorale italiana al giorno d’oggi. Cantautore, cantante, showman, attore, doppiatore (nella sua adolescenza è stato perfino ballerino). Come non crollare di fronte alla profondità dei suoi testi, alla bellezza delle sue musiche?

“Più su” è un brano di rara bellezza. La ricercatezza delle parole, la poesia che sprigiona ogni singolo verso e la crescita musicale la rendono una canzone che si vorrebbe ascoltare di continuo. E’ il legame forte che Renato ha con Dio, è il desiderio di trasmettere qualcosa con la musica, di stare sempre dalla parte dei più deboli, degli “Zeri” verso i quali Renato ha sempre rivolto il suo primo pensiero. “Più su” è un invito alla speranza, alla voglia di vivere che molti hanno dimenticato strada facendo, è una voglia, appunto, un desiderio: a lottare, a crederci, per poter crescere, per poter andare sempre più in alto, sempre più su…

Buon ascolto.

Questo è il testo:

E poi,
di colpo eccomi qua,
sarei arrivato io
in vetta al sogno mio,
com’è lontano ieri…
E poi,
più in alto e ancora su,
fino a sfiorare Dio
e gli domando io:
“Signore, perché mi trovo qui,
se non conosco amore?”.
Sboccia un fiore malgrado nessuno lo annaffierà,
mentre l’aquila fiera, in segreto a morire andrà,
il poeta si strugge al ricordo di una poesia,
questo tempo affamato consuma la mia allegria…
Canto e piango pensando che un uomo si butta via,
che un drogato è soltanto un malato di nostalgia,
che una madre si arrende ed un bambino non nascerà,
che potremmo restare abbracciati all’eternità…
E poi,
ti ritrovo qui,
puntuale al posto tuo,
tu spettatore vuoi, davvero,
ch’io viva il sogno che non osi dire te?
Questa vita ti sfugge e tu non la fermerai…
Se qualcuno sorride, tu non tradirlo mai…
La speranza è una musica antica,
un motivo in più,
canterai e piangerai insieme a me,
dimmi: lo vuoi tu?
Sveleremo al nemico quel poco di lealtà,
insegneremo il perdono a chi dimenticare non sa,
la paura che senti è la stessa che provo io,
canterai e piangerai insieme a me
fratello mio!
Più su, più su, più su,
ed io mi calerò nel ruolo che ormai è mio,
finché ci crederò, finché ce la farò…
…Più su, più su…
Fino a sposare il blu,
fino a sentire che
ormai sei parte di me.
Più su, più su, più su…

Pubblicato da: debe | 11 febbraio 2010

Caro Internet, mi faccio schifo

Caro Internet, mi faccio schifo. Mi hai abbandonato per quasi tre giorni e mi hai fatto capire quanto io sia dipendente dalla tua presenza. Io farei molto volentieri a meno di te e di tutte quelle altre maledette tecnologie che ci stanno rovinando la vita, ma non posso, non nel 2010.

Tre giorni, cosa vuoi che siano tre giorni? Eppure mi hai lasciato in un momentaccio. Mi sto occupando dell’Agenzia, lo so che lo sai, sai sempre tutto tu. Ho appena aperto il blog, devo gestire la mia lega del fantacalcio e poi c’è la posta, i servizi che mi offri per aiutarmi quando non so le cose. Te ne sei andato in un momentaccio e io mi faccio schifo. Mi piacerebbe prendere in mano un libro, mettermi a leggere e fottermene di te, del blog, di facebook e di tutto il resto, ma non posso, non posso dannazione.

Per fortuna adesso sei tornato, pensavo che te ne fossi andato per sempre, che mi avessi abbandonato per l’eternità, ma non puoi, io li pago quelli della Tiscali per farti stare con me. Non te ne puoi andare così come ti pare. Ma adesso sei tornato, menomale che sei tornato, menomale che sei di nuovo qui con me.

Non litighiamo più, ti voglio bene.

Pubblicato da: debe | 11 febbraio 2010

Letteratura: “Il tempo che vorrei” di Fabio Volo

Il tempo che vorrei… come non cadere davanti ad un titolo così provocante? Quanti di noi sentono e lamentano la mancanza di tempo? Tempo per fare le cose che vorremmo fare, tempo per stare con le persone a noi care, tempo per i viaggi, per l’amore.

Volo è un autore che stimo tanto, che amo. La sua semplicità, la sua leggerezza nel raccontare la quotidianità, il suo modo di far rivedere il lettore nei suoi personaggi, sono sintomo di grande sensibilità e capacità. Da molti viene criticato, viene definito addirittura un non-scrittore. Sono certe persone invidiose che non riescono a capire come possa, un autore come Volo, vendere così tanto e spaccare completamente il mercato editoriale italiano. Non sono d’accordo con chi lo definisce in questo modo, assolutamente. Scrivere non significa conoscere un linguaggio morbosamente complesso, o costruire periodi talmente intricati da doverli rileggere due volte per capirli. Scrivere non significa nemmeno usare figure retoriche da paura, o costruire trame più fitte di quelle di un maglione.

La scrittura è una forma d’arte rivolta completamente al lettore, una forma d’arte estremamente intima e amichevole. Il libro diventa nostro amico, sembra una frase fatta, ma è vero. Il libro ci cattura e, quando finisce, se ci è piaciuto davvero, sentiamo un senso di abbandono, proprio come se un amico ci ha lasciato da soli. Si scrive per questo, per raggiungere il cuore della gente, per stimolare sentimenti, sensazioni, passioni.

Fabio Bonetti, in arte Volo, è quanto appena detto. Sa come raggiungere il cuore della gente, sa come diventare nostro “amico” e i numeri gli danno ragione. In tutti i suoi romanzi, da “Esco a fare due passi”, a “Il giorno in più”, passando per “E’ una vita che ti aspetto” e “Un posto nel mondo”, per giungere poi a questo ultimo “Il tempo che vorrei”, il vero protagonista è il lettore, che si identifica nel protagonista, che si identifica nella storia in cui è coinvolto.

Non sto parlando di cose tipo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, di Italo Calvino, ma sto parlando di un testo immediato, facile da leggere e coinvolgente. Pensate alla musica. Vasco Rossi. Molte persone criticano il cantante di Zocca, ritenendo che i testi delle sue canzoni siano troppo banali, poco impegnativi. Ma da che pulpito arrivano queste accuse? Un cantante che vende milioni di dischi, che riempie gli stadi e che è diventato un simbolo al quale è stata addirittura conferita la laurea honoris causa in scienze della comunicazione, deve fare di più? “Portatemi Dio”, diceva lui, ma stiamo esagerando… Lo stesso accade con Volo, oso il paragone, che riesce a vendere tantissimo, più degli altri, più di tutti, fatta eccezione per altri 4-5 autori italiani che possono provare a competere con lui. Ma le critiche arrivano, così come per tutte le persone di successo. Teniamocele così, prendiamole con leggerezza, come fa lui nei suoi romanzi e immergiamoci nel suo ultimo libro.

Devo ammettere che, nonostante una premessa del tutto positiva, quest’ultima sua opera mi ha lasciato molto perplesso. Eh sì, mi tocca passare dall’altra parte, nonostante tutto. C’è una bella differenza però, tra il criticare un libro e il criticare un autore. Mica tutte le ciambelle vengono col buco, nessuno è perfetto, ecc, ecc. Eppure, ancora una volta, mi trovo dalla parte opposta della critica, che in questo caso apprezza il suo ultimo libro e lo dichiara il migliore dei cinque scritti finora. Probabilmente ha capito che non serve a niente schierarsi contro un mostro che non può essere battuto, un mostro che ha dalla sua parte una marea di persone pronte a difenderlo, e si è schierata dalla parte del più forte. Forse.

“Il tempo che vorrei” è, secondo me, la peggiore delle creazioni del tutto-fare calcinate (anche se lui, a dir la verità, si sente bresciano a tutti gli effetti). Il libro risulta essere volgare e dispersivo. Passi la morbosità del protagonista, cosa voluta, trovo che il romanzo si perda in un mare di tematiche troppo importanti per essere mescolate così banalmente. Si passa da un rapporto complicato con un padre difficile, ad un amore lasciato scappare via, dalla povertà di un’infanzia sfortunata, all’amicizia profonda, al lavoro, alla paternità. Troppe cose, troppe per raccontarle così.

Lo scorrimento del testo è disordinato, si va avanti per ricordi, per pensieri, non esiste una vera trama. Sembra più un dialogo con il protagonista, che il racconto di una storia. L’immediatezza e l’intimità, che rappresentano i capisaldi della scrittura di Volo, sono presenti e pur sempre piacevoli, ma è tutto il resto che non convince. C’è troppa ironia, anche in momenti in cui si richiederebbe maggior serietà, maggior profondità. Ci sono troppe volgarità sessuali, che ad un certo punto iniziano a dar fastidio, per non parlare delle troppe citazioni a testi già scritti che stuccano non poco. E’ vero, è nel personaggio, può starci, ma può starci anche che questo libro mi lasci perplesso, mi stucchi e mi tolga il desiderio di attesa di un possibile finale. I punti di attenzione diventano sostanzialmente due: la visita medica del padre e il giorno in cui proverà a ricostruire un legame con “Lei”, ma a mio avviso non prendono abbastanza, non creano la giusta aspettativa.

La lettura rimane piacevole, ma il libro non lascia niente. Peccato, sarà per la prossima volta, sempre che Volo riesca a trovare il tempo che vorrebbe…

Pubblicato da: debe | 8 febbraio 2010

Cinema: fenomeno “Avatar”

Non poteva che iniziare da qui, da questo fenomeno mondiale che è Avatar, la nostra rubrica sul Cinema.

Nato con l’etichetta di “Film più costoso della storia del Cinema“, si rivela essere anche il film che ha incassato più soldi. Sono serviti ben 237 milioni di dollari per realizzarlo e circa 160 per pubblicizzarlo, ma il film ha dato e sta dando i suoi frutti. E che frutti. Ancora presente nelle sale, l’idea di James Cameron (che ha scritto, diretto e prodotto l’intero film) ha generato un guadagno di oltre 2 miliardi di dollari, una cifra stratosferica.

Il progetto del regista, sceneggiatore e produttore canadese che ha già sbancato il mondo con il suo Titanic, nasce nel 1996, ma la cifra prevista di 400 milioni di dollari costringe Cameron a riporre nel cassetto la sua sceneggiatura di 80 pagine, per riprenderla in mano ben 10 anni più tardi. Sì, ho detto 10 anni, non ho sbagliato. La realizzazione del film è iniziata nel 2006, per essere conclusa nel 2009. Già pensato per mettersi a disposizione della tecnologia 3D e 3D IMAX, il film diventa una vera e propria icona ancor prima di essere visto. Tutti ne parlano, tutti lo vogliono vedere. E come sarebbe potuto essere altrimenti?

Il film nasce nell’oro e di oro si gonfia. Non voglio dire che se si hanno più soldi si fanno cose migliori, ma semplicemente che la miglior pubblicità che si possa fare ad un film come Avatar sia quella di rendere pubblico il costo di produzione. 237 Milioni di dollari fanno pensare ad un capolavoro, a qualcosa di stratosferico. E così è.

La linea nascosta, che rappresenta la struttura della storia, non è innovativa, questo è forse l’unico neo. Il nuovo mondo, la nuova razza, lo straniero che preferisce la civiltà sconosciuta ripudiando l’uomo e la sua arrogante voglia di conquista, sono cose viste e riviste. Ma il punto è: con un’opera di queste dimensioni, Cameron avrebbe potuto rischiare di non piacere? La risposta è no. Meglio utilizzare una trama già assodata, già di successo, una trama nella quale possiamo riconoscerci bene. L’obiettivo è solo uno: lo spettatore.

Obiettivo raggiunto. Lo spettatore è preso, rimane basito davanti a questo fenomeno e si lascia trasportare su Pandora, si lascia avvolgere da una fantascienza straordinaria. Le quasi 3 ore di film diventano un’esperienza, non una semplice visione. Il fruitore non si trova più in sala, sulla sua poltrona, ma dentro la scena, tra piante meravigliose e montagne fluttuanti, in un rapporto uomo-natura da mozzare il fiato. Inutile dire che la grafica è quanto di più bello sia stato mai visto sul grande schermo finora.

Bisogna dunque ammettere, una volta visto questo film, che quel “presuntuoso” di James Cameron – che quando vinse ben 11 statuette con Titanic disse “Sono il re del mondo”- ha tirato fuori dal cilindro un altro immenso capolavoro. Tanto di cappello.

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